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Escher

Uno dei concetti che gli studenti di filosofia comprendono con maggiore difficoltà è quello di risoluzione del finito nell’infinito. Una rappresentazione intuitiva di questo principio la si può trovare nel lavoro di Maurits Cornelis Escher (1898 – 1972), un incisore e matematico olandese. Il vedere può aiutare il capire, così come il mito in Platone spiega la filosofia? Può essere ma anche no. Di certo soggiornare nella casa della bellezza, confrontarsi con l’arte come in questo caso, è un’abitudine così in disuso che va certamente stimolata, se vogliamo conservare almeno la speranza di salvare il nostro povero mondo.

Verbum

Verbum

La prima opera che propongo (Verbum) è interessante per la sua labirintica complessità. Non solo al di sotto della percezione categoriale del disegno (rane, uccelli, e pesci) è possibile cogliere un’unità di fondo, ma se osserviamo dinamicamente il quadro (in senso orario e antiorario) si può notare come ogni figura trasmuti in quella successiva, attraverso una trasformazione che ricorda la tecnica della dissolvenza incrociata usata nel cinema, mentre tutte quante derivano per emanazione dall’esagono luminoso centrale (il quale a sua volta richiama l’esagono più grande che contiene l’insieme di tutte le determinazioni). La relazione con la filosofia è evidente. Basti pensare a Spinoza e al rapporto tra sostanza, attributi e modi. I modi, secondo il filosofo, non sono altro che manifestazioni necessarie o contingenti degli attributi della sostanza. In questo senso, il molteplice e l’unità vengono a coincidere nell’ordine geometrico del mondo. “Tutto è” secondo una regola che non lascia spazio alla libertà o al finalismo della natura. Rane, pesci, uccelli, in Escher, idee, persone, azioni in Spinoza. Ciò che appare diviso è in realtà una sola cosa.

Il Limite del Cerchio

Il Limite del Cerchio

I temi de Il Limite del Cerchio invece sono due (o tre, o infiniti… fate voi!). In primo luogo il rapporto positivo – negativo (il demone è l’ombra dell’angelo e viceversa, ed entrambi si possono intendere come porzioni di un’unica figura più grande che ricorre più volte dal centro sino alla circonferenza, rimpicciolendosi mano a mano) che richiama fortemente la dialettica hegeliana. Ogni dire, infatti, è sempre un contraddire (angelo e demone, luce e ombra), che tradotto in termini logici diventa: se A = A allora A = non B. La definizione dell’identico passa attraverso il disegno del differente.

Il dire è sempre un contraddire. Se dico la cosa la contrappongo – “astraggo”, individuo, separo – da ciò che essa non è – dall’Altro. Ma nel dire la contraddizione, questa è tolta: il dire sa di dire sé e l’altro-da-sé, dunque tornando in sé – riflettendo – ristabilisce l’identità. Il movimento è: dire – contraddire – ridire.

In secondo luogo, da questo rimpicciolirsi graduale e coerente (che, detto per inciso, mi fa scorgere una sfera vista dall’alto al posto del cerchio e che svela come ciò che appare rettilineo possa essere in realtà curvo) discendono alcune conseguenze “sconcertanti” che riguardano la percezione geometrica dello spazio. Il percorso dal centro alla periferia è finito e infinito nello stesso tempo (ricordate i paradossi di Zenone di Elea?). Finito dal punto di vista della totalità del sistema, infinito per chi all’interno volesse percorrere tutti i punti del raggio. Ipotizzate di essere dentro il cerchio con un regolo in mano. Camminando verso la periferia rimpicciolireste senza accorgervene, col risultato di avvicinarvi indefinitamente senza mai raggiungere la circonferenza. Non solo. Posti due punti A e B sulla circonferenza la distanza più breve tra essi non sarà la corda rettilinea ma un arco convesso verso il centro. Il disegno è evidentemente ispirato al lavoro di Henri Poincaré, un matematico francese che ha proposto questo modello di geometria iperbolica meglio noto come disco di Poincaré. Dal punto di vista filosofico quel che ci interessa rilevare è che la nostra percezione dello spazio appare semplice ma è sostanzialmente complessa. Il finito è tale ma solo all’interno di un sistema di riferimento. Cambiando il sistema cambia anche la natura dell’ente (il raggio da segmento diventa una semiretta).

Salita e Discesa

Salita e Discesa

Termino questo breve divertimento su Escher e il tema della partecipazione del finito nell’infinito con “Salita e Discesa”. Le scale che i monaci percorrono sono in salita o in discesa? Mah, evidentemente questo anello è uno Strano Anello.

Una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù

No, non è un koan zen ma un aforisma di Eraclito. Dove sembra esservi il doppio si nasconde l’unità. Un’unità che va dis – velata e che è il recondito significato del mondo a cui solo chi è filosofo può accedere.

Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutto è Uno

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Abbi pietà di me!

Spesso in classe capita che uno studente del primo corso alzi la mano e chieda: “prof., ma perché i filosofi si fanno tutte queste domande?”. In quella questione naturalmente è già implicito il giudizio: filosofare è una cosa astratta e un’inutile elucubrazione mentale; la vita è altro e ha esigenze ben diverse… Di solito me ne resto lì nel mezzo della spiegazione, un po’ basito ma per nulla sorpreso. Poi rispondo più o meno così, tra il serio e il faceto, accettando la sfida di questa sfrontata gioventù.

Caro studente, cominciamo con l’evitare le considerazioni didattiche. Perché se è possibile che la filosofia aiuti la formazione di determinate competenze (saper analizzare, saper usare la logica, saper scindere i punti di vista ecc.) sono convinto che essa vada difesa soprattutto per un un valore in sé .

Ma non vorrei nemmeno usare questo argomento e percorrere l’antica via della persuasione. Non voglio portarti ad essere ciò che non vuoi essere. Per la mia autorità potresti darmi ragione solo per compiacermi e questa, tanto per intenderci, non sarebbe proprio un bella prova filosofica.

Ti dico solo che filosofi si nasce. Come si nasce musicisti, poeti, letterati, architetti. Certo c’è il lavoro, lo studio che matura un’inclinazione ingenua. Senza il lavoro l’idea resta un guscio vuoto, un caotico e astratto credere di sentire. Ma ogni agire significativo ha le proprie radici in un’esigenza dello spirito. La vocazione è riconoscere un’autenticità dentro di sé. Per me, nella mia esperienza personale, essere filosofo significa soprattutto stare davanti al mondo attraversato da una specifica tonalità emotiva. Si chiama jamais vu ed è il contrario del déjà vu. Le cose sono lì, come sempre, ma a volte appaiono sotto una luce nuova, quasi trasfigurata.

E la mia non è un’idea nuova. In questo non sono per nulla originale, ma del resto ho abbandonato da tempo l’ambizione mondana di essere creativo. C’è un filosofo che si chiama Aristotele (non lo abbiamo ancora fatto ma ci arriveremo!) che in un suo libro intitolato La Metafisica sostiene che la filosofia nasca dalla meraviglia. Ora, meraviglia può essere sinonimo di stupore, ma anche di sbigottimento. La realtà sbigottisce il filosofo che non sa darsi spiegazione del perché le cose accadano così come accadono. Il nascere e il morire, il dolore, il cambiamento, l’Essere al posto del Nulla.

Quindi se credi che la filosofia debba essere una saggezza utile a qualche cosa ti sbagli. Piuttosto è un prodotto del disagio. È il tentativo di dare una risposta ad una domanda che sorge dal di dentro e che a volte può spalancarsi in un grido di disperazione (a volte, non sempre…). Accogliere l’insensatezza e non rimuoverla, sfidare l’abisso con la corazza del cavaliere di Durer, in bilico tra la morte e il diavolo. Questo è il filosofo.

Il cavaliere, la morte, e il diavolo

Il cavaliere, la morte, e il diavolo

Dici che è una teoria ben strana? Può anche essere, ma secondo te che cosa fa di un uomo uno psichiatra, la sanità mentale o la follia che è dentro di lui? Potremmo estendere il ragionamento per analogia ai poliziotti (che sono un po’ ladri) o ai pompieri (piromani). E così via. Il filosofo si interroga sul mondo perché non sta bene al mondo. È molto semplice.

Se potessi evitarmi di essere filosofo non perderei l’occasione. Smetterei di speculare sulla foglia che cade e vivrei la mia esistenza come un animale nel mezzo della natura, mosso dagli istinti e senza tentennamenti. Ma sono un uomo (pardon un essere umano, le parole sono importanti!) e sul più bello mi arresto. Dilaziono, sublimo, mi blocco in una nevrosi che mi si attorciglia alla volontà. Ed ecco che si produce la domanda, con una forza inesausta.

È come se tentassi di coprire con il pensiero quella distanza che intercorre tra l’io e l’azione. Penso perché fatico ad agire. Anzi, i cambiamenti mi rabbuiano davvero. Quindi la prossima volta che mi incontri per i corridoi e mi saluti, ti prego, abbi pietà di me e del mio dolore.

E non ti sia più leggera questa amara constatazione solo per il fatto che nel suo domandare il filosofo realizza l’essenza umana in una delle sue gradazioni più pure. Infatti dove sta la differenza tra l’uomo e l’animale se non nella capacità di contemplare e di domandare? Non perdere la compassione solo perché sono speciale, la mia differenza, ora lo sai, la pago a carissimo prezzo.

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Pop – sofia: Schwazer tra etica, tecnica, e compassione

Il filosofo Aristotele distingue le azioni in base alla relazione che intercorre tra queste e il loro fine. Le azioni etiche hanno il fine in sé, mentre quelle tecniche fuori di sé. Etico quindi è colui che agisce in base ad un principio correlato all’agire, a prescindere dai risultati, tecnico invece chi piega i mezzi ai fini.

Il marciatore Alex Schwazer, decidendo di doparsi per vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi si è macchiato di una condotta non etica. Perché ha subordinato il principio del marciare, o del partecipare alla gara, all’obiettivo possibile del primo posto. Per questo motivo il suo comportamento va punito, perché non si tratta solamente della scorrettezza compiuta nei confronti dei suoi avversari, ma soprattutto del venir meno di un principio che dovrebbe contenere le spinte potenzialmente incontrollabili e illimitate della tecnica. E poco importa se così fan tutti, per fortuna la morale non teme l’inflazione dei comportamenti.

Detto questo, il giudizio etico va disgiunto dalla compassione che possiamo e dobbiamo nutrire nei confronti di ciascun essere umano che cade in errore. Scomporre nettamente il bene dal male diventa così la condizione necessaria che permette l’esercizio della misericordia.

Quando Gesù sfidò la folla a scagliare la prima pietra se senza peccato, non voleva celebrare il trionfo dell’indulgenza ma quello della pietà. Sentimento possibile nel cuore se nella mente è già presente l’invito all’etica (va e non peccare mai più…). Alex Schwazer ha mancato ai suoi doveri, e proprio riconoscendo ciò possiamo entrare nei panni del giovane atleta, dell’uomo in difficoltà per le pressioni intollerabili, e quindi perdonarlo.

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Malinconia

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Mi dissocio con fermezza dal significato fuorviante di questa serie di immagini: la malinconia non è necessariamente un segno di intelligenza. Si può tranquillamente e allo stesso tempo essere afflitti e stupidi…

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11/08/2012 · 00:52

Laboratorio di Filosofia 2

Un laboratorio più articolato sull’analisi dei testi. Si tratta di scrivere in gruppo due brevi commenti (20/30 righe ciascuno) alle selezioni del “Mondo come volontà e rappresentazione” qui sotto riportate. Il prodotto più importante di questa proposta è la rubric, che va ampiamente condivisa con gli studenti durante la fase di costruzione. La scelta degli elementi fondamentali (prima colonna di sx in grassetto) e dei rating è vincolante rispetto alla forma con cui lo scritto dovrà essere elaborato. Il nostro (mia e dei ragazzi) è solo un suggerimento, da non prendersi quindi in maniera assoluta. La scelta degli aspetti da evidenziare in fase di valutazione è flessibile; dipende dal contesto e soprattutto dagli obiettivi didattici che ogni docente decide di perseguire.

 

Se ti è piaciuto questo post condividilo, ricordandoti di citare l’autore e la provenienza.

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