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Abbi pietà di me!

Spesso in classe capita che uno studente del primo corso alzi la mano e chieda: “prof., ma perché i filosofi si fanno tutte queste domande?”. In quella questione naturalmente è già implicito il giudizio: filosofare è una cosa astratta e un’inutile elucubrazione mentale; la vita è altro e ha esigenze ben diverse… Di solito me ne resto lì nel mezzo della spiegazione, un po’ basito ma per nulla sorpreso. Poi rispondo più o meno così, tra il serio e il faceto, accettando la sfida di questa sfrontata gioventù.

Caro studente, cominciamo con l’evitare le considerazioni didattiche. Perché se è possibile che la filosofia aiuti la formazione di determinate competenze (saper analizzare, saper usare la logica, saper scindere i punti di vista ecc.) sono convinto che essa vada difesa soprattutto per un un valore in sé .

Ma non vorrei nemmeno usare questo argomento e percorrere l’antica via della persuasione. Non voglio portarti ad essere ciò che non vuoi essere. Per la mia autorità potresti darmi ragione solo per compiacermi e questa, tanto per intenderci, non sarebbe proprio un bella prova filosofica.

Ti dico solo che filosofi si nasce. Come si nasce musicisti, poeti, letterati, architetti. Certo c’è il lavoro, lo studio che matura un’inclinazione ingenua. Senza il lavoro l’idea resta un guscio vuoto, un caotico e astratto credere di sentire. Ma ogni agire significativo ha le proprie radici in un’esigenza dello spirito. La vocazione è riconoscere un’autenticità dentro di sé. Per me, nella mia esperienza personale, essere filosofo significa soprattutto stare davanti al mondo attraversato da una specifica tonalità emotiva. Si chiama jamais vu ed è il contrario del déjà vu. Le cose sono lì, come sempre, ma a volte appaiono sotto una luce nuova, quasi trasfigurata.

E la mia non è un’idea nuova. In questo non sono per nulla originale, ma del resto ho abbandonato da tempo l’ambizione mondana di essere creativo. C’è un filosofo che si chiama Aristotele (non lo abbiamo ancora fatto ma ci arriveremo!) che in un suo libro intitolato La Metafisica sostiene che la filosofia nasca dalla meraviglia. Ora, meraviglia può essere sinonimo di stupore, ma anche di sbigottimento. La realtà sbigottisce il filosofo che non sa darsi spiegazione del perché le cose accadano così come accadono. Il nascere e il morire, il dolore, il cambiamento, l’Essere al posto del Nulla.

Quindi se credi che la filosofia debba essere una saggezza utile a qualche cosa ti sbagli. Piuttosto è un prodotto del disagio. È il tentativo di dare una risposta ad una domanda che sorge dal di dentro e che a volte può spalancarsi in un grido di disperazione (a volte, non sempre…). Accogliere l’insensatezza e non rimuoverla, sfidare l’abisso con la corazza del cavaliere di Durer, in bilico tra la morte e il diavolo. Questo è il filosofo.

Il cavaliere, la morte, e il diavolo

Il cavaliere, la morte, e il diavolo

Dici che è una teoria ben strana? Può anche essere, ma secondo te che cosa fa di un uomo uno psichiatra, la sanità mentale o la follia che è dentro di lui? Potremmo estendere il ragionamento per analogia ai poliziotti (che sono un po’ ladri) o ai pompieri (piromani). E così via. Il filosofo si interroga sul mondo perché non sta bene al mondo. È molto semplice.

Se potessi evitarmi di essere filosofo non perderei l’occasione. Smetterei di speculare sulla foglia che cade e vivrei la mia esistenza come un animale nel mezzo della natura, mosso dagli istinti e senza tentennamenti. Ma sono un uomo (pardon un essere umano, le parole sono importanti!) e sul più bello mi arresto. Dilaziono, sublimo, mi blocco in una nevrosi che mi si attorciglia alla volontà. Ed ecco che si produce la domanda, con una forza inesausta.

È come se tentassi di coprire con il pensiero quella distanza che intercorre tra l’io e l’azione. Penso perché fatico ad agire. Anzi, i cambiamenti mi rabbuiano davvero. Quindi la prossima volta che mi incontri per i corridoi e mi saluti, ti prego, abbi pietà di me e del mio dolore.

E non ti sia più leggera questa amara constatazione solo per il fatto che nel suo domandare il filosofo realizza l’essenza umana in una delle sue gradazioni più pure. Infatti dove sta la differenza tra l’uomo e l’animale se non nella capacità di contemplare e di domandare? Non perdere la compassione solo perché sono speciale, la mia differenza, ora lo sai, la pago a carissimo prezzo.

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Pop – sofia: Schwazer tra etica, tecnica, e compassione

Il filosofo Aristotele distingue le azioni in base alla relazione che intercorre tra queste e il loro fine. Le azioni etiche hanno il fine in sé, mentre quelle tecniche fuori di sé. Etico quindi è colui che agisce in base ad un principio correlato all’agire, a prescindere dai risultati, tecnico invece chi piega i mezzi ai fini.

Il marciatore Alex Schwazer, decidendo di doparsi per vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi si è macchiato di una condotta non etica. Perché ha subordinato il principio del marciare, o del partecipare alla gara, all’obiettivo possibile del primo posto. Per questo motivo il suo comportamento va punito, perché non si tratta solamente della scorrettezza compiuta nei confronti dei suoi avversari, ma soprattutto del venir meno di un principio che dovrebbe contenere le spinte potenzialmente incontrollabili e illimitate della tecnica. E poco importa se così fan tutti, per fortuna la morale non teme l’inflazione dei comportamenti.

Detto questo, il giudizio etico va disgiunto dalla compassione che possiamo e dobbiamo nutrire nei confronti di ciascun essere umano che cade in errore. Scomporre nettamente il bene dal male diventa così la condizione necessaria che permette l’esercizio della misericordia.

Quando Gesù sfidò la folla a scagliare la prima pietra se senza peccato, non voleva celebrare il trionfo dell’indulgenza ma quello della pietà. Sentimento possibile nel cuore se nella mente è già presente l’invito all’etica (va e non peccare mai più…). Alex Schwazer ha mancato ai suoi doveri, e proprio riconoscendo ciò possiamo entrare nei panni del giovane atleta, dell’uomo in difficoltà per le pressioni intollerabili, e quindi perdonarlo.

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