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Piccola nota sul progetto

Mai firmare un documento che non capisci o che non conosci sino in fondo. La differenza tra pressappochismo e trattamento serio dei problemi passa anche attraverso la pedanteria ossessiva con cui si pesano le scelte. Non solo il rigore è condicio sine qua non per lavorare ma è anche l’unica condotta che rende le conoscenze e le competenze acquisite trasmissibili e cumulabili. La didattica del progetto non insegna questa saggezza pratica. Educa però alla cura minuziosa dei particolari e da qui, indirettamente, ad una più consapevole valutazione delle proprie azioni.

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La forza della rinuncia

Il giunco cede alla forza degli elementi, si abbandona alle circostanze, ma che ne resta dei suoi sogni? Giunco che speravi, tremavi, trepidavi, dove è andata a morire la tua essenza? Il rovescio di una pronunciata, ben manifesta, e anche compiaciuta facoltà adattiva, sono l’indifferenza per il vero e la trascuratezza dei valori. C’è un punto limite, l’epifania di una consapevolezza più alta, oltre la quale chi procede trasforma irrimediabilmente la forma plastica del proprio agire in arrendevolezza. Orbene, di fronte al limitare di questo confine solo alcuni hanno saputo indietreggiare.

Essi si curano dell’unico coraggio per cui valga la pena spendere una vita intera: quello delle idee. Non si abbandonano alle esortazioni, alle idealità astratte. Ossia il dovere per il dovere, o peggio la benevolenza universale, che è solo un’ipocrita falsificazione della fratellanza costruita sulla ragione. Non correggono l’angoscia della scelta con le parole vuote di una retorica infantile. Piuttosto contano i passi della loro giornata, ripercorrono le orme alla ricerca di un segno di smarrimento. Traducono concretamente le idee in comportamenti. E così realizzano un percorso attraverso la rinuncia. A cosa? Alle navigazioni di piccolo cabotaggio, all’amministrazione del quotidiano, agli apparentamenti strumentali.

La vita autentica nasce lì, in quell’esperienza meravigliosa che si chiama progetto, perché esso è il cuore dell’uomo che trasforma l’erranza in viaggio, l’immensità del mare in una rotta. È dovere e diritto nello stesso tempo, impegno e speranza ben riposti. Perseverare nella fedeltà a se stessi è una moneta che paga sul lungo periodo, come direbbe Hegel in catene o sul trono. Ma coloro che hanno scelto la coerenza, andrebbero trattati come tesori della comunità. Esempi di valore da imitare. Quando tutto sembrerà perduto, a loro affideremo il nostro destino. E l’abnegazione, per una segreta intelligenza che abita il mondo, avrà improvvisamente il sopravvento sul meschino opportunismo. La solidarietà diventerà una risorsa indispensabile, l’onestà un bene prezioso. Ognuno farà la propria parte per opporre l’essere al nulla, la vita alla morte.

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Il futuro oggi

via manteblog

Lascia senza parole constatare come lo sviluppo tecnologico prenda strade imprevedibili e meravigliose. Sarà lo sguardo ingenuo dell’umanista, ma che Google arrivi nel giro di pochi anni a progettare un’auto senza guidatore, partendo da un motore di ricerca, è cosa davvero sbalorditiva. Ora, la domanda è: quanto sono controllabili gli effetti a lungo termine di un progetto, in un contesto in cui la linearità dei processi ha ceduto il passo ad una complessità crescente? Le opportunità emergono in maniera esponenziale all’aumentare del potere della tecnica. Per questo motivo, si dice che il battito d’ali di una farfalla diventa un uragano dall’altra parte del mondo. Stiamo vivendo l’anticipazione di un futuro straordinario e allo stesso tempo sconcertante, che pone la ragione di fronte ad interrogativi inauditi e per adesso senza risposta.

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Il Capitale Umano

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A questo punto per parlare di Il capitale umano, di cosa sia davvero o, meglio, di come appaia nella sua immediatezza a chi lo guarda, bisogna impugnare il machete e sfrondare tutte le incrostazione che nelle ultime due settimane si sono depositate e essiccate sul suo povero corpo filmico. Corpo usato e maltrattato, abusato e strattonato da tutte le parti (ideologiche, politiche) per sostenere ora questa ora quella visione del mondo, anzi diciamo – derubricando e riducendo – questa o quella visione dell’italian capitalism. Capitalismo disumano per chi ritiene che il solo far soldi, o desiderare di farne, o darsi da fare per guadagnarne, sia peccato mortale antisociale, non avendo costoro mai letto, temo, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber. Secondo il quale (semplifico un attimo) il capitalismo sarebbe nato in ambito calvinista dalla spinta del singolo a cercare nel proprio successo professionale ed economico, e nella ricchezza conseguita, la prova della salvezza della propria anima. Il successo, e il denaro, non come dannazione ma, al contrario, conferma del proprio impegno. L’esatto contrario della visione vetero-marxiana o solidaristico-sociocattolica che nel denaro individua la prova della colpa, del male, della mani sporche di fango o di sangue. Visione cui soggiace il film di Virzì, dove in ogni scena sembra di risentire il gaberiano “i borghesi son tutti dei porci”. Borghesi maledetti, infami, “lerci” (sempre Gaber).

(via Luigi Locatelli)

In realtà, a mio personalissimo parere, la cosa che funziona meglio del film di Paolo Virzì appena uscito nelle sale è proprio la caratterizzazione dei personaggi, descritti con iper realismo ma molto aderenti ad una antropologia capitalista che, piaccia o non piaccia, in Italia negli ultimi 20/30 anni ha avuto un riferimenro geografico ben preciso. Il profondo Nord dei Peregos, dei capannoni, delle partite Iva, e delle fabbrichette di famiglia. Perché da quell’ideale di sviluppo sociale, di cui parla Locatelli facendo riferimento a Max Weber, temperato dall’etica religiosa e dalla responsabilità nei confronti delle future generazioni, si sia arrivati al trionfo dell’avidità è un problema che ci interroga tutti. Ed è questo il nodo da sciogliere, non la scelta dicotomica tra accumulazione da una parte e assitenzialismo vetero – marxista dall’altra. “Un soldino risparmiato è un soldino guadagnato!”, era il mantra dei figli dei padri pellegrini che con la Bibbia nel taschino e il Winchester sotto il braccio si preparavano a colonizzare un continenete con fervore missionario (e furia omicida, ma questo è un altro capitolo). Cosa c’entrano quelli con questi? Niente. Niente etica, niente fervore, niente impegno. “Ci siamo giocati tutto, anche le pensioni dei nostri figli”… è una frase meravigliosa e terribile nella sua cruda e sintetica verità.

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Buon Natale!

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