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Pop – sofia: Schwazer tra etica, tecnica, e compassione

Il filosofo Aristotele distingue le azioni in base alla relazione che intercorre tra queste e il loro fine. Le azioni etiche hanno il fine in sé, mentre quelle tecniche fuori di sé. Etico quindi è colui che agisce in base ad un principio correlato all’agire, a prescindere dai risultati, tecnico invece chi piega i mezzi ai fini.

Il marciatore Alex Schwazer, decidendo di doparsi per vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi si è macchiato di una condotta non etica. Perché ha subordinato il principio del marciare, o del partecipare alla gara, all’obiettivo possibile del primo posto. Per questo motivo il suo comportamento va punito, perché non si tratta solamente della scorrettezza compiuta nei confronti dei suoi avversari, ma soprattutto del venir meno di un principio che dovrebbe contenere le spinte potenzialmente incontrollabili e illimitate della tecnica. E poco importa se così fan tutti, per fortuna la morale non teme l’inflazione dei comportamenti.

Detto questo, il giudizio etico va disgiunto dalla compassione che possiamo e dobbiamo nutrire nei confronti di ciascun essere umano che cade in errore. Scomporre nettamente il bene dal male diventa così la condizione necessaria che permette l’esercizio della misericordia.

Quando Gesù sfidò la folla a scagliare la prima pietra se senza peccato, non voleva celebrare il trionfo dell’indulgenza ma quello della pietà. Sentimento possibile nel cuore se nella mente è già presente l’invito all’etica (va e non peccare mai più…). Alex Schwazer ha mancato ai suoi doveri, e proprio riconoscendo ciò possiamo entrare nei panni del giovane atleta, dell’uomo in difficoltà per le pressioni intollerabili, e quindi perdonarlo.

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Belinate

 

Il mondo moderno ha imparato la lezione dagli antichi Romani. Le Olimpiadi sono una versione smisurata del Colosseo con circences che occupano tutti gli spazi dell’informazione. Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali. […] Atleti che sfilano prima delle gare con tricipiti e pettorali in mostra insieme agli slip griffati. Grida e pianti, buttati per terra, tarantolati per una stoccata o per un tiro, come se fosse morto o resuscitato cento volte il gatto di famiglia.

Beppe Grillo sul suo blog ha consigliato un libro di Antonella Stelitano sul ruolo che svolge il CIO nelle relazioni politiche internazionali. Fin qui niente di male. Il fatto è che l’ex comico genovese ha colto l’occasione per dar sfogo al solito delirio organizzato, che ha avuto per oggetto oltre alle olimpiadi il Presidente della Repubblica, le multinazionali, il nazionalismo, sportivi e spettatori. Insomma, tutto il carrozzone con i suoi valori ipocriti.

Può essere che Grillo abbia anche ragione, del resto non è una novità l’uso che la politica fa e ha fatto dello sport (basti pensare ai totalitarismi del Novecento, o alla guerra fredda). Ed è anche vero che l’attenzione dei telespettatori (tra i quali c’è pure il sottoscritto) per gli sport minori è spesso estemporanea ed effimera. Però, a mio modesto avviso, gettare il CIO e gli atleti in un unico calderone è una grande belinata!

E non parlo solamente di quei pochi medagliati, ai quali verranno corrisposti premi in denaro che possono anche essere considerati eccessivi. Mi riferisco soprattutto a chi ha perso, a chi ha partecipato senza nemmeno sfiorarlo il successo. Uomini e donne che lavorano nel silenzio dei mezzi di informazione, mossi esclusivamente da una passione sincera. Parlo di persone come la maratoneta Anna Incerti, già medaglia d’oro agli europei del 2010 (medaglia assegnata d’ufficio a causa della squalifica per doping delle due atlete che l’avevano preceduta), che ieri ha finito la sua gara al trentesimo posto. Con gli occhi arrossati dalle lacrime, i singhiozzi trattenuti a stento, con quel suo bel volto meridionale segnato dallo sfinimento, ha voluto ricordare i suoi supporter: concittadini, amici, il suo allenatore, ma soprattutto il marito, il quale per aiutarla si è preso anche un anno di aspettativa dal lavoro. Un anno di aspettativa dal lavoro?

Se servisse una rappresentazione dello spirito olimpico, questa sarebbe la migliore. Sportivi normali, oppressi dalle fatiche del quotidiano, che sacrificano la loro vita per un’ambizione, fosse anche la gloria, ma che non mercificano le loro emozioni. E che stridore con gli scenari avvilenti del mondo del calcio. Con le vite dorate è cafone di “tossicodipendenti” pronti a tutto per ottenere quella dose di denaro necessaria a garantirsi la soubrette, l’auto lussuosa, le vacanze a Formentera o in Costa Smeralda.

Se questo Paese ha ancora una speranza è da qui che deve ripartire: da Anna Incerti e suo marito e da tutti coloro i quali alla mattina si alzano con l’unico scopo di amare ciò che fanno. Come direbbe Totò: a prescindere… Sono in tanti, sono coraggiosi e, spesso, hanno qualità ideali e morali. Non lasciamoli soli…

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