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Fuori dal ginepraio delle opinioni

Per uscire dal ginepario delle opinioni, dal narcisismo a cui l’uso dei social dà la stura, invito alla lettura dell’articolo Ma l’Occidente non ha perso, scritto da Emanuele Severino per il Corriere in merito ai recenti fatti accaduti in Francia. Valutazione discutibile certamente ma meditata. Il pensiero ha le sue regole: meglio avventurarsi per gradi, con modestia e perplessità.

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Perché il M5S ha difeso il sistema

Diffondo questo articolo del collettivo WU MING apparso sul sito di Internazionale.

Wu Ming per Internazionale

(In risposta ai commenti e alle reazioni provocate da questo articolo, Wu Ming ha pubblicato il 27 febbraio 2013 nel suo sito Giap un post intitolato Perché “tifiamo rivolta” nel Movimento 5 stelle).

Adesso che il Movimento 5 stelle sembra aver “fatto il botto” alle elezioni, non crediamo si possa più rinviare una constatazione sull’assenza, sulla mancanza, che il movimento di Grillo e Casaleggio rappresenta e amministra. L’M5s amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia. C’è uno spazio vuoto che l’M5S occupa… per mantenerlo vuoto.

Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. È un’affermazione controintuitiva, suona assurda, se si guarda solo all’Italia e, soprattutto, ci si ferma alla prima occhiata. Ma come? Grillo stabilizzante? Proprio lui che vuole “mandare a casa la vecchia politica”? Proprio lui che, dicono tutti, si appresta a essere un fattore di ingovernabilità?

Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema.

Negli ultimi tre anni, mentre negli altri paesi euromediterranei e in generale in occidente si estendevano e in alcuni casi si radicavano movimenti inequivocabilmente antiausterity e antiliberisti, qui da noi non è successo. Ci sono sì state lotte importanti, ma sono rimaste confinate in territori ristretti oppure sono durate poco. Tanti fuochi di paglia, ma nessuna scintilla ha incendiato la prateria, come invece è accaduto altrove. Niente indignados, da noi; niente #Occupy; niente “primavere” di alcun genere; niente “Je lutte des classes” contro la riforma delle pensioni.

Non abbiamo avuto una piazza Tahrir, non abbiamo avuto una Puerta de Sol, non abbiamo avuto una piazza Syntagma. Non abbiamo combattuto come si è combattuto – e in certi casi tuttora si combatte – altrove. Perché?

I motivi sono diversi, ma oggi vogliamo ipotizzarne uno solo. Forse non è il principale, ma crediamo abbia un certo rilievo.

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo.

Fateci caso: l’M5s separa il mondo tra un “noi” e un “loro” in modo completamente diverso da quello dei movimenti di cui sopra.

Quando #Occupy ha proposto la separazione tra 1 e 99 per cento della società, si riferiva alla distribuzione della ricchezza, andando dritta al punto della disuguaglianza: l’1 per cento sono i multimilionari. Se lo avesse conosciuto, #Occupy ci avrebbe messo anche Grillo. In Italia, Grillo fa parte dell’1 per cento.

Quando il movimento spagnolo riprende il grido dei cacerolazos argentini “Que se vayan todos!”, non si sta riferendo solo alla “casta”, e non sta implicitamente aggiungendo “Andiamo noi al posto loro”.

Sta rivendicando l’autorganizzazione autogestione sociale: proviamo a fare il più possibile senza di loro, inventiamo nuove forme, nei quartieri, sui posti di lavoro, nelle università. E non sono le fesserie tecnofeticistiche grilline, le montagne di retorica che danno alla luce piccoli roditori tipo le “parlamentarie”: sono pratiche radicali, mettersi insieme per difendere le comunità di esclusi, impedire fisicamente sfratti e pignoramenti eccetera.

Tra quelli che “se ne devono andare”, gli spagnoli includerebbero anche Grillo e Casaleggio (inconcepibile un movimento comandato da un milionario e da un’azienda di pubblicità!), e anche quel Pizzarotti che a Parma da mesi gestisce l’austerity e si rimangia le roboanti promesse elettorali una dopo l’altra.

Ora che il grillismo entra in parlamento, votato come extrema ratio da milioni di persone che giustamente hanno trovato disgustose o comunque irricevibili le altre offerte politiche, termina una fase e ne comincia un’altra. L’unico modo per saper leggere la fase che inizia, è comprendere quale sia stato il ruolo di Grillo e Casaleggio nella fase che termina. Per molti, si sono comportati da incendiari. Per noi, hanno avuto la funzione di pompieri.

Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?

Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle.

(Questo articolo di Wu Ming, collettivo di scrittori italiani, è stato pubblicato per la prima volta il 25 febbraio 2013 nel live blog di Internazionale sulle elezioni politiche).

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Criminale o sbruffone?

Vittorio Feltri, con un articolo uscito sul Giornale, ha recentemente difeso Fabrizio Corona definendolo prima di tutto uno “sbruffone di talento sprecato”, e non un “criminale”, e poi giustificandone le pratiche illecite perché “così fan tutti”. Ricordiamo brevemente i fatti. Il 18 gennaio scorso la Cassazione condanna il fotografo dei VIP in via definitiva a 5 anni di reclusione per estorsione aggravata. Corona viene arrestato durante una breve latitanza in Portogallo da alcuni agenti della polizia di Lisbona. Non è la prima volta che l’uomo va in carcere. Per avere un’idea della sua biografia da incubo basta fare un giro su Wikipedia. Non è nemmeno la prima volta che Vittorio Feltri sorprende per un uso così creativo della semantica. Di fronte a tanta leggerezza non potevo starmene in pace. E allora ho fatto una cosa semplicissima: sotto suggerimento della civetta, che per quei pochi che non lo sapessero è l’uccello della filosofia, ho preso un vocabolario e sono andato a vedermi le definizioni. Così recita il Treccani:

Criminale: Persona colpevole di delitti gravi, delinquente.

Sbruffone: Che si dà delle arie, che parla e agisce ostentando capacità e qualità che in realtà non possiede.

A rigor di logica si può affermare certamente che l’insieme dei criminali e quello degli sbruffoni partecipano tra loro solo in maniera accidentale. Per capirci meglio: ci saranno criminali che sono sbruffoni ma anche sbruffoni che non sono criminali e criminali che, seppur pericolosi ed efferati nelle loro azioni, non sono però degli sbruffoni. Quindi Corona potrebbe tranquillamente essere uno sbruffone senza essere un criminale. Il punto è che il carattere distintivo del delitto grave non si applica ai semplici sbruffoni, i quali sono piuttosto dei millantatori; per certi aspetti, se presi con la dovuta cautela e tenuti alla giusta distanza, anche teneramente simpatici. L’estorsione è un delitto grave. E siccome la logica non è un’opinione, sulla base dell’attendibilità della sentenza di cui teniamo conto sino a prova contraria, Corona è un delinquente tout court e senza troppi giri di parole. Poco conta la diffusione del delitto:

Il reato che gli hanno attribuito fa effetto: estorsione, una specie di rapina a mano armata. In realtà è una faccenda di fotografie malandrine lecitamente scattate con la solita tecnica da rubagalline. Avendo diretto per la Rizzoli un settimanale, L’Europeo, so come funzionano certi meccanismi. Il paparazzo segue un personaggio e, se lo coglie in flagranza di peccato con una ragazza «clandestina» o, meglio, «avventizia», lo inchioda con un’istantanea. La quale istantanea fa ovviamente gola ai giornali gossipari, pronti a ben pagarla. Altrettanto pronto a ben pagarla è il personaggio in questione: per evitare grane in famiglia, sempre odiose o almeno fastidiose. Il fotografo a questo punto ha due opportunità: vendere il prodotto del proprio lavoraccio a un rotocalco o direttamente al bischero beccato in fallo. L’affare si conclude con chi offre di più. Mi rendo conto: il giochetto è ai limiti della liceità e talora li supera. Però siamo nel campo delle consuetudini, nulla di particolarmente scandaloso.

perché la morale e il diritto non sono relativi all’inflazione. Quindi o Feltri non padroneggia l’italiano oppure le finalità del suo articolo sono da ricercarsi altrove. Ci aiuta a sciogliere il dubbio proprio lui aggiungendo queste ultime righe:

Corona invece per un’operazione (o numerose operazioni) simile deve scontare la reclusione: 5 anni, non 5 settimane. D’altronde, la giustizia è uguale per quasi tutti: alcuni pagano anche per altri. Il che non giustifica il fatto che su Facebook sia in atto una campagna di simpatia verso il suddetto Corona: migliaia di persone che inneggiano a lui incitandolo a non farsi catturare. Eppure l’iniziativa spiega molte cose. Una soprattutto: a volte, se tra le guardie e i ladri si preferiscono i secondi, un motivo c’è.

È risaputa la polemica condotta da Feltri, e da molti altri, contro la giustizia italiana. Quello che forse sfugge sono le conseguenze che derivano dall’uso spregiudicato della retorica e di una ragione piegata ad interessi di parte. Prima di tutto questo pervertimento del linguaggio che si impone nel dibattito. E allora la giustizia diventa giustizialismo, l’impunità garantismo, e un criminale patentato è solo uno sbruffone. Non è cosa nuova, per carità, ma bisogna vigilare affinché non si assopiscano le nostre capacità critiche. In troppi sono interessati a rappresentare una realtà che non esiste per tranquillizzare la gente e solleticarla nei suoi bassi istinti. Berlusconi è stato il mandante di questa egemonia subculturale, e Feltri è stato e continua ad essere uno degli esecutori.

Termino linkando una clip tratta da “Sbatti il Mostro in Prima Pagina” con protagonista un magnifico Gian Maria Volontè. Si intitola lezione di giornalismo e mi pare che arricchisca la nostra riflessione. Godetevela perché è un bel pezzo di cinema italiano.

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Tristemente famosi

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03/01/2013 · 02:20

Creativismo-cretinismo

Tanti anni di Conservatorio e di prossimità con la musica mi hanno insegnato che la creatività è una condizione necessaria ma non sufficiente per trasformare tizio in un vero artista. Prima di tutto viene il lavoro, duro, faticoso, ma appassionato, con cui si costruisce la personalità del Maestro, del tecnico che padroneggia il mestiere in ogni suo aspetto. E non si tratta di una distinzione di registro (alto/basso) o di attività (musica/pittura) che mi interessa sottolineare, quanto la necessità, qualsiasi cosa si faccia, di un impegno maniacale, serio, e soprattutto votato al sacrificio. Non ci sono scorciatoie. Come dice un amico: c’è un solo modo di fare le cose bene mentre i rimanenti novantanove sono tutti sbagliati. E io, personalmente, non ne posso più di tanti cialtroni boriosi con cui ho sempre più spesso a che fare. Sono trasparenti come le loro povere idee e maledettamente disperati nei loro atteggiamenti stucchevoli e stereotipati. Metodo signori, ci vuole metodo! A loro vorrei offrire questo decalogo per niente paradossale di Maurizio Ferraris (1) su come evitare la retorica del creativismo-cretinismo ed essere finalmente creativi (e felici!).

ISTRUZIONI PER DIVENTARE CREATIVI

1. Non pensare ad un elefante rosa. Ovviamente ci avete pensato. Chiedere di essere creativi non è diverso, e proporre un metodo per diventare creativi non sembra diverso dall’ordine di disobbedire o dall’ingiunzione di essere naturali. E proprio come quando ti dicono di essere naturale incominciano le palpitazioni, le orticarie e i sorrisi tirati (ti verrebbe voglia di dire che no, tu sei artificiale), così all’ingiunzione del creare viene voglia di opporre una resistenza passiva: io no, non creo, neanche sotto tortura.

2. Frequentare scuole repressive. Mi è capitato di leggere il sito di un tizio che se la prendeva con la scuola, dicendo che frustra la creatività. Una storia già sentita tante volte (cioè ben poco creativa), e che non spiega come mai tanti creatori siano sorti in passato, cioè in epoche di scuole terribilmente repressive. La repressione aguzza l’ingegno mentre l’esortazione ad essere creativi è paralizzante.

3. Non esagerare con le idee. Hegel ha detto una volta una cosa terribilmente vera: le idee sono a buon mercato come le mele. In proposito, mi hanno raccontato un aneddoto, non so quanto vero, ma che esprime bene quello che voglio dire. Una volta un tale incontrò Einstein e gli disse: “Io mi sveglio alla mattina alle cinque e annoto le idee.” E Einstein: “Io no. Sa, io di idee ne ho avute al massimo una o due.”

4. Copiate, non create. Per diventare creativi bisogna copiare, copiare e ancora copiare. Quando tutto quello che abbiamo copiato ci uscirà dagli occhi, quando ogni verso, ogni nota, ogni disegno ci sembrerà una citazione, ecco che saremo dei creatori o (almeno) non saremo dei ripetitori. Il punto è molto semplice e l’ha enunciato una volta Umberto Eco: “si sbaglia ad associare il genio alla sregolatezza; il genio non ha meno regole degli altri, ne ha molte di più.

5. Inventariate, non inventate. Per copiare l’inventario e il catalogo sono una grande risorsa, lo sapevano già i latini. Inventio, in latino, vuol dire due cose: l’idea che sembra sorgere dal nulla, l’invenzione dell’inventore, e quella che viene trovata in un repertorio.

6. Classificate, non costruite. Questo principio discende direttamente dal precedente. Che fastidio, dopotutto, i creatori, e che piacere, invece, i classificatori, che mettono ordine nella massa di quello che c’è prendendo a modello il motto di Monsieur Teste di Paul Valéry: “Transit classificando”.

7. Esemplificate, non semplificate. Diceva Leibniz: chi abbia visto attentamente più figure di piante ed animali, di fortezze o di case, letto più romanzi e racconti ingegnosi, ha più conoscenze di un altro, anche se, in tutto quello che gli è stato dipinto o raccontato, non ci fosse una sola cosa vera. Gli esempi sono una grande e lussureggiante risorsa, e sono il bello della cultura, che dunque non paralizza la creatività, ma la rende possibile.

8. Cercate oggetti e non soggetti. Diceva Amleto: “Ci sono più cose fra la terra e il cielo che in tutte le nostre filosofie”. E Rilke: “Loda all’Angelo il mondo, mostragli quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in figlio, vive, cosa nostra, alla mano e sotto gli occhi nostri. Digli le cose. Resterà più stupito”. Gli oggetti che popolano la nostra vita sono un universo di esempi concreti, e in più non praticano (in genere) le mistificazioni e automistificazioni dei soggetti.

9. Mandate al diavolo i creativi. Non in senso maligno, ma così alla buona. Che se li goda Lui, noi ci teniamo i banali e ripetitivi.

10. Fate un monumento a Bouvard e Péchuchet. Con l’inflazione di creativi, il non-creativo è una bestia rara, da cercare con il lanternino, e magari da ammirare e da riverire. Propongo dunque un monumento a Bouvard e Pècuchet, i due più grandi eroi di Flaubert, i due copisti per eccellenza.

(1) Maurizio Ferraris, Pensiero, che cosa significa pensare?, in Le Domande della Filosofia, La Biblioteca di Repubblica.

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