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La sesta via

La sesta prova empirica dell’esistenza di Dio, dopo le cinque di Tommaso, sono Le Nozze di Figaro di Mozart. Non c’è esperienza estetica più vicina all’assoluto di questo incastro armonico – melodico misterioso e sublime. Chiamatela consolazione, se volete, un bucaneve in mezzo al gelo dell’inverno. È pur sempre qualcosa in cui riporre le proprie speranze.

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La rana bollita


– Ciao, io vado.
– Ma dove vai?
– Non lo so, vado…
– Ma perché?
– Mi aspettano…
– Chi?
– Lo saprò quando sarò arrivato.
– Parliamone un po’ insieme almeno, perché così proprio non riesco a capire. È successo qualcosa?
– Niente di particolare.
– E allora perché parti?
– Sai, io sento che devo arrivare. Non so bene dove, ma devo arrivare da qualche parte. E quel luogo non è qui.
– Qui non ti piace?
– No, qui si respira un’aria che puzza.
– Stai scappando dal fetore…
– Sì, scappo dal fetore.
– Ma dai, fetore. Se dici così mi offendi. Ho delle narici anch’io e non ho tutta questa puzza sotto il naso.
– Non offenderti.
– Facevo per dire. È che mi dispiace vederti così afflitto, quasi disperato. Te ne stai in disparte, senza dire una parola quando si potrebbero fare tante cose divertenti. Non è tutto da buttare.
– Non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno. Penso soprattutto al vuoto che mi asseta, alle energie che svaniscono, a me bambino mentre immagino un futuro diverso.
– Ma come sei patetico.
– Mi sto dando delle arie?
– Sì, molto! Dovresti cercare di fare più ginnastica.
– Mi piace correre…
– Non ginnastica col corpo, ma con la mente. Devi irrobustirti, farti forte. C’è la guerra ragazzo mio, non sono tempi buoni per i sentimentalismi. Sai cosa diceva Croce? Fino a diciott’anni tutti scrivono poesie. Dopo restano solamente due categorie di persone: i poeti e i cretini.
– Precauzionalmente non scrivo poesie.
– Hai capito cosa voglio dire?
– Forse sì. Che le mie speranze e i miei sogni sono solamente dei capricci.
– Non dei capricci. Cerchiamo le parole giuste. Ecco, direi piuttosto debolezze. Di quelle legate ad una complessione sentimentale.
– Complessione sentimentale…
– Una struttura languida. Con buone potenzialità che però restano inespresse.
– Inespresse perché non faccio ginnastica.
– Bravo! Vedi che cominci a capire?
– A dire il vero non tanto.
– Vedi ragazzo, un po’ alla volta ci si abitua a tutto. È nella natura umana essere flessibili, adattabili, pronti a sopportare il peso delle difficoltà. E non sto parlando di certe grigie esistenze borghesi, del tipo: nacque, visse, e morì. Ma di una dignitosa presa di posizione. Di quel vecchio e caro esercizio di buon senso che distingue l’uomo dall’adolescente.
– Pensi che mi manchi il buon senso?
– Non ho detto questo.
– Però lo pensi…
– Sì, lo penso. Credo che le tue siano pretese esagerate e che dovresti cercare prima di tutto di ridimensionarle. So che non è facile, non lo è nemmeno per me credimi, ma cosa possiamo farci? È andata così.
– Cosa possiamo farci… ci si abitua a tutto…
– Hai presente la storia della rana? Se prendi una rana e la butti in una pentola d’acqua bollente, questa appena sente il calore salta fuori. Ma se la adagi tranquillamente nell’acqua ancora fredda e poi accendi il fuoco si farà lessare senza nemmeno accorgersene.
– Vorresti bollirmi come una rana?
– Non dico questo. Dico solo che il disagio è relativo. È dato dal contrasto. Ciò che può apparirci terribile se visto nella sua totalità, tutto insieme, un passo alla volta, un pezzo dopo l’altro, diventa invece tollerabile. E tutto si aggiusta.
– Sì, ma la rana alla fine muore.
– Questo non è sostanziale. Allora, se è per questo, tutti noi moriremo prima o poi. La morte è un fatto tra gli altri, non darei troppo importanza alla cosa.
– Volevo dire che la rana non muore di vecchiaia ma perché viene cucinata. E poi la morte non è un fatto tra gli altri, come dici tu. È l’evento che illumina retrospettivamente ciò che c’è stato prima. Se la morte è un nulla, allora lo è anche tutta la vita e così la differenza tra rimanere e partire non esiste. Ma a questa idea ancora non mi sono piegato, ed è anche per questo che voglio andarmene.
– Vorrei che riuscissimo a parlare di equilibrio, piuttosto che di verità. Quanto è equilibrato ciò che vorresti fare? Non ha senso… Piuttosto pensa a costruirti un’alternativa. Rimanda la partenza e usa il tempo libero che hai a disposizione per progettare un’opzione diversa. Così mi sembra solo un salto nel buio, un cupio dissolvi.
– Lo è, ma legittimamente. È il desiderio di far morire una parte di me, questa.
– Ci sarebbe anche una terza via, tra partire e rimanere. Stare, coltivando comunque il tuo cammino. Un cammino che arricchisca l’immaginazione.
– Come il cretino di Croce. No, io sono già stato, e ogni giorno ho pensato a questo istante in cui ci saremmo salutati. L’ora è venuta, mi dispiace…
– Ma non mi hai ancora detto dove andrai…
– So solo che non voglio più restare. Prima di sera sarò già molto lontano da qui.
– Ma aspetta, parliamone ancora. La forza è flessibile, come una canna al vento. Ti ricordi lo Zen? Finirai col romperti le ossa!
– È vero, ma non ci si può abituare a tutto. Viene il giorno in cui bisogna dire basta. Se mi spezzerò, avrò comunque testimoniato il mio desiderio. Spero che questo mi consoli a sufficienza…
– Va bene. Allora, buon viaggio. La tua tracotanza ti sarà rovinosa, ricordalo. L’edera lontano dal muro è destinata a seccare…
– Me lo ricorderò quando i morsi della fame si faranno lancinanti e la morte mi comparirà smunta e pallida in mezzo al bosco. Penserò che partire era il mio destino. E che né tu né io potevamo farci niente…

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Labirinti

Non c’è labirinto più intricato di una linea retta. Tra le vie che si biforcano di un borgo toscano mi ritrovo a riascoltare la voce di Borges. Ogni passo è una lenta discesa nell’abisso e i muri alti delle case, tra la luce e la tenebra, appaiono come canaloni di un mare spopolato. Solo da una finestra ritagliata in un muro di sasso giungono all’orecchio rumori di vita domestica. Per il resto è solo silenzio e il canto dei pini che stormiscono dall’alto, sulla collina che domina il paese. Ogni roccia, ogni portone, tutt’intorno sussurra la voce della storia. La storia feudale di Pontremoli, quella comunale di Barga, e il grido di dolore dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema. Questo luogo concentra in sé tutti i luoghi, mi dico. È l’aleph del mio viaggio interiore.

Scarto a sinistra lungo una salita. Percorro un volto fresco e scuro sotto il quale sono abbandonate alcune cianfrusaglie polverose. Per un attimo il selciato scorbutico muta sotto i miei piedi in ceramica liscia e odorosa di limone chimico. Ho già visto questa immagine in un sottoscala dei miei ricordi di bambino. O forse era una cantina. Mi pervade una sensazione onirica, un ricordo indefinibile che ritorna ogni volta per condurmi altrove. Come se qualcosa di meraviglioso e terribile stesse per accadere mi fermo ad ascoltare il pomeriggio sonnolento. Contemplo le essenze delle cose, alla ricerca di un segno di trasformazione che non arriva.

L’attesa frustrata mi risveglia l’antica necessità di capire; arrestare la legge del cambiamento che diluisce gli universali nel tempo della vita. Riprendo a camminare, un passo alla volta, alla ricerca del punto più alto e dell’orientamento perduto. La strada che porta all’acropoli è un’erta che si percorre con il fervore della fede. Su questo viottolo battuto da un sole brutale, in compagnia del solo latrato di un cane in lontananza, mi sento più Sisifo che Prometeo. Non c’è eroismo in questa processione ma solo la dura presenza dello sforzo e l’amore per la bellezza.

Sulla collina, appoggiato alla balaustra di granito di fronte al portone della cattedrale, riesco ora ad abbracciare il dedalo delle stradine al di sotto dei tetti delle case. Su questa visione di insieme ricostruisco il percorso compiuto. Mi illudo per un istante che questa nuova prospettiva sia l’ultima, quella che racchiude in sé ogni dettaglio e il segno di un’orbita maggiore. Ma il mio sguardo viene rapito dalla macchia mediterranea che circonda l’abitato, adagiata fino alla cima della montagna come un morbido tappeto. Fonte di vita e rifugio dalla tragedia della storia. E sopra di me un piccolo gheppio volteggia sulle tracce di un disegno invisibile, come ad indicare una nuova via da percorrere.

Di fronte alla silenziosa alterigia della natura è più facile bere il calice della verità. Avverto la presenza dell’assenza con un piccolo tuffo del cuore mentre il calore del sole mi rincuora. Mille mani hanno levigato questi massi. Altri prima di me hanno compiuto il cammino. Mille occhi hanno scrutato l’orizzonte da questa radura, indugiando sui comignoli, sulle fontane, sulla valle verdeggiante. Come loro, anche io sarò costretto a ridiscendere, sollevando la polvere sedimentata da un’estate torrida, senza il conforto di una risposta. La potenza della domanda non ha infranto lo specchio che riflette la mia immagine.

Mentre percorro nuovamente le strettoie anguste mi sento libero dal ripianto. In fondo, sto andando a raccogliere la mia pietra. Costeggio un muro d’orto che ha incastonati sulla cima cocci aguzzi di bottiglia. Realtà e poesia si mescolano. E io penso che il cammino nel deserto è sempre scandito dalle oasi che si incontrano lungo il percorso; se ne stanno lì malgrado tutto, in attesa, per tonificare il viandante. Gusto avidamente questa piccola parentesi di libertà che il pomeriggio mi ha donato, per serbare nella memoria il dolce ed effimero languore dell’innocenza. Intaglierò con essa un’immagine in cui credere. Senza teologia e trascendenza. A costo di coprirmi di ridicolo rimarrò fedele a me stesso. Il labirinto della vita che è chiuso ad ogni uscita nasconde il tesoro prezioso di un’esistenza autentica.

I borghi di Pontremoli

Pontremoli

I viottoli di Barga

Barga

Stazzema

Stazzema

Pontremoli, un volto

Volto 1

Pontremoli, discesa

Volto 2

Un sentiero di Stazzema

“Sentiero” 1

Stazzema

Piccola “radura”

Il labirinto di Barga

“Sentiero” 2

Il campanile del duomo di Barga

“Sentiero” 3

Pontremoli, castello

“Sentiero” 4

Il duomo di Barga

“Radura”

I tetti di Barga

Labirinto

Muro d'orto

Muro d’orto

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Il suono meridiano

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Piccoli blog crescono


La Riscossa della Civetta su Lettera43

Un po’ sfocato ma si vede. Da poche settimane La Riscossa della Civetta è affiliata al quotidiano online Lettera43. Siamo contenti…

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