Berlusconi – Badoglio

 

Quale che sia l’appartenenza politica di ciascuno, è evidente a tutti che nella diagnosi di simulazione c’è l’ epitaffio di un leader politico, la fine di ogni residua illusione di trovarsi davanti ad uno statista perche la finta malattia è la risorsa dello studente pelandrone che, per marinare la scuola pasticcia quadri clinici e alza il mercurio al fuoco di un cerino, o della recluta che si infilava il mezzo toscano sotto l’ascella, o del coscritto che si infliggeva ferite di ogni genere sino al taglio di un dito, o ancora del disertore che simulava la pazzia. Berlusconi finto malato è il Badoglio di tutti a casa, il generale che si rivela più fellone dell’ultimo dei suoi fanti.

Francesco Merlo con due pennellate di poesia pura riesce a rendere tutta la meschinità di un uomo inadeguato, di un politico che più di tutti gli altri testimonia la rovina del nostro Paese.

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Escher

Uno dei concetti che gli studenti di filosofia comprendono con maggiore difficoltà è quello di risoluzione del finito nell’infinito. Una rappresentazione intuitiva di questo principio la si può trovare nel lavoro di Maurits Cornelis Escher (1898 – 1972), un incisore e matematico olandese. Il vedere può aiutare il capire, così come il mito in Platone spiega la filosofia? Può essere ma anche no. Di certo soggiornare nella casa della bellezza, confrontarsi con l’arte come in questo caso, è un’abitudine così in disuso che va certamente stimolata, se vogliamo conservare almeno la speranza di salvare il nostro povero mondo.

Verbum

Verbum

La prima opera che propongo (Verbum) è interessante per la sua labirintica complessità. Non solo al di sotto della percezione categoriale del disegno (rane, uccelli, e pesci) è possibile cogliere un’unità di fondo, ma se osserviamo dinamicamente il quadro (in senso orario e antiorario) si può notare come ogni figura trasmuti in quella successiva, attraverso una trasformazione che ricorda la tecnica della dissolvenza incrociata usata nel cinema, mentre tutte quante derivano per emanazione dall’esagono luminoso centrale (il quale a sua volta richiama l’esagono più grande che contiene l’insieme di tutte le determinazioni). La relazione con la filosofia è evidente. Basti pensare a Spinoza e al rapporto tra sostanza, attributi e modi. I modi, secondo il filosofo, non sono altro che manifestazioni necessarie o contingenti degli attributi della sostanza. In questo senso, il molteplice e l’unità vengono a coincidere nell’ordine geometrico del mondo. “Tutto è” secondo una regola che non lascia spazio alla libertà o al finalismo della natura. Rane, pesci, uccelli, in Escher, idee, persone, azioni in Spinoza. Ciò che appare diviso è in realtà una sola cosa.

Il Limite del Cerchio

Il Limite del Cerchio

I temi de Il Limite del Cerchio invece sono due (o tre, o infiniti… fate voi!). In primo luogo il rapporto positivo – negativo (il demone è l’ombra dell’angelo e viceversa, ed entrambi si possono intendere come porzioni di un’unica figura più grande che ricorre più volte dal centro sino alla circonferenza, rimpicciolendosi mano a mano) che richiama fortemente la dialettica hegeliana. Ogni dire, infatti, è sempre un contraddire (angelo e demone, luce e ombra), che tradotto in termini logici diventa: se A = A allora A = non B. La definizione dell’identico passa attraverso il disegno del differente.

Il dire è sempre un contraddire. Se dico la cosa la contrappongo – “astraggo”, individuo, separo – da ciò che essa non è – dall’Altro. Ma nel dire la contraddizione, questa è tolta: il dire sa di dire sé e l’altro-da-sé, dunque tornando in sé – riflettendo – ristabilisce l’identità. Il movimento è: dire – contraddire – ridire.

In secondo luogo, da questo rimpicciolirsi graduale e coerente (che, detto per inciso, mi fa scorgere una sfera vista dall’alto al posto del cerchio e che svela come ciò che appare rettilineo possa essere in realtà curvo) discendono alcune conseguenze “sconcertanti” che riguardano la percezione geometrica dello spazio. Il percorso dal centro alla periferia è finito e infinito nello stesso tempo (ricordate i paradossi di Zenone di Elea?). Finito dal punto di vista della totalità del sistema, infinito per chi all’interno volesse percorrere tutti i punti del raggio. Ipotizzate di essere dentro il cerchio con un regolo in mano. Camminando verso la periferia rimpicciolireste senza accorgervene, col risultato di avvicinarvi indefinitamente senza mai raggiungere la circonferenza. Non solo. Posti due punti A e B sulla circonferenza la distanza più breve tra essi non sarà la corda rettilinea ma un arco convesso verso il centro. Il disegno è evidentemente ispirato al lavoro di Henri Poincaré, un matematico francese che ha proposto questo modello di geometria iperbolica meglio noto come disco di Poincaré. Dal punto di vista filosofico quel che ci interessa rilevare è che la nostra percezione dello spazio appare semplice ma è sostanzialmente complessa. Il finito è tale ma solo all’interno di un sistema di riferimento. Cambiando il sistema cambia anche la natura dell’ente (il raggio da segmento diventa una semiretta).

Salita e Discesa

Salita e Discesa

Termino questo breve divertimento su Escher e il tema della partecipazione del finito nell’infinito con “Salita e Discesa”. Le scale che i monaci percorrono sono in salita o in discesa? Mah, evidentemente questo anello è uno Strano Anello.

Una e la stessa è la via all’insù e la via all’ingiù

No, non è un koan zen ma un aforisma di Eraclito. Dove sembra esservi il doppio si nasconde l’unità. Un’unità che va dis – velata e che è il recondito significato del mondo a cui solo chi è filosofo può accedere.

Ascoltando non me, ma il logos, è saggio convenire che tutto è Uno

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Addà passà ‘a nuttata

Diffusione del computer a scuola

Questo rapporto OCSE sulla diffusione dei computer a scuola lascia poco spazio ai commenti. Se, come asserito da più parti, sviluppo economico e investimento scolastico sono due variabili strettamente connesse, la soluzione ai problemi del Paese è una speranza di là da venire.

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M5S: questioni di leadership

Alcune preziose analisi di Alessandro Cravera sulle contraddizioni del M5S.

M5S: questione di leadership

Grillo e Casaleggio hanno finora certamente svolto un importante ruolo di leadership. Grazie al loro lavoro sul web sono riusciti a innescare un potente moto di adesioni dal basso che ha generato il successo elettorale di questi giorni. Finora il loro ruolo è stato prevalentemente (non in maniera assoluta e non so quanto consapevolmente) quello di generare un contesto auto-organizzativo in cui i cittadini potessero dialogare, confrontarsi tra loro e trovare uno spazio diretto di partecipazione alla vita politica e al rinnovamento della stessa. Non considerando alcuni diktat di Grillo nei confronti di alcuni esponenti del movimento, la loro è stata una leadership prevalentemente indiretta, tanto vero che nessuno dei due si è candidato direttamente in Parlamento. Un esempio di leadership quindi, per molti versi coerente con le dinamiche evolutive tipiche di un sistema complesso qual è la società.
Ora però, pare che la loro leadership stia cambiando forma tornando a modalità ben più tradizionali. Il loro ruolo non sembra più essere di innesco per l’emergere di una decisione condivisa. Le decisioni riguardanti il M5S le stanno prendendo direttamente i fondatori che, in questa fase politica, assomigliano più ai proprietari che agli ispiratori del movimento. Una situazione questa che, se confermata, evidenzierebbe una difficoltà a interpretare una visione diversa della leadership nel momento della presa di decisioni. Permane un concetto di leader come colui che decide direttamente e che possiede tutte le risposte, ben lontana dalla figura del leader che, attraverso la propria azione e le domande che pone mette in condizione gli altri di prendere la migliore decisione possibile.
Da un movimento politico che vuole cambiare radicalmente la vita politica italiana mi aspetterei un analogo cambiamento nella proprie logiche interne di governance. Cambiamento che finora si è visto solo a tratti.

(via Competere nella Complessità)

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Perché il M5S ha difeso il sistema

Diffondo questo articolo del collettivo WU MING apparso sul sito di Internazionale.

Wu Ming per Internazionale

(In risposta ai commenti e alle reazioni provocate da questo articolo, Wu Ming ha pubblicato il 27 febbraio 2013 nel suo sito Giap un post intitolato Perché “tifiamo rivolta” nel Movimento 5 stelle).

Adesso che il Movimento 5 stelle sembra aver “fatto il botto” alle elezioni, non crediamo si possa più rinviare una constatazione sull’assenza, sulla mancanza, che il movimento di Grillo e Casaleggio rappresenta e amministra. L’M5s amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia. C’è uno spazio vuoto che l’M5S occupa… per mantenerlo vuoto.

Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. È un’affermazione controintuitiva, suona assurda, se si guarda solo all’Italia e, soprattutto, ci si ferma alla prima occhiata. Ma come? Grillo stabilizzante? Proprio lui che vuole “mandare a casa la vecchia politica”? Proprio lui che, dicono tutti, si appresta a essere un fattore di ingovernabilità?

Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema.

Negli ultimi tre anni, mentre negli altri paesi euromediterranei e in generale in occidente si estendevano e in alcuni casi si radicavano movimenti inequivocabilmente antiausterity e antiliberisti, qui da noi non è successo. Ci sono sì state lotte importanti, ma sono rimaste confinate in territori ristretti oppure sono durate poco. Tanti fuochi di paglia, ma nessuna scintilla ha incendiato la prateria, come invece è accaduto altrove. Niente indignados, da noi; niente #Occupy; niente “primavere” di alcun genere; niente “Je lutte des classes” contro la riforma delle pensioni.

Non abbiamo avuto una piazza Tahrir, non abbiamo avuto una Puerta de Sol, non abbiamo avuto una piazza Syntagma. Non abbiamo combattuto come si è combattuto – e in certi casi tuttora si combatte – altrove. Perché?

I motivi sono diversi, ma oggi vogliamo ipotizzarne uno solo. Forse non è il principale, ma crediamo abbia un certo rilievo.

Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo.

Fateci caso: l’M5s separa il mondo tra un “noi” e un “loro” in modo completamente diverso da quello dei movimenti di cui sopra.

Quando #Occupy ha proposto la separazione tra 1 e 99 per cento della società, si riferiva alla distribuzione della ricchezza, andando dritta al punto della disuguaglianza: l’1 per cento sono i multimilionari. Se lo avesse conosciuto, #Occupy ci avrebbe messo anche Grillo. In Italia, Grillo fa parte dell’1 per cento.

Quando il movimento spagnolo riprende il grido dei cacerolazos argentini “Que se vayan todos!”, non si sta riferendo solo alla “casta”, e non sta implicitamente aggiungendo “Andiamo noi al posto loro”.

Sta rivendicando l’autorganizzazione autogestione sociale: proviamo a fare il più possibile senza di loro, inventiamo nuove forme, nei quartieri, sui posti di lavoro, nelle università. E non sono le fesserie tecnofeticistiche grilline, le montagne di retorica che danno alla luce piccoli roditori tipo le “parlamentarie”: sono pratiche radicali, mettersi insieme per difendere le comunità di esclusi, impedire fisicamente sfratti e pignoramenti eccetera.

Tra quelli che “se ne devono andare”, gli spagnoli includerebbero anche Grillo e Casaleggio (inconcepibile un movimento comandato da un milionario e da un’azienda di pubblicità!), e anche quel Pizzarotti che a Parma da mesi gestisce l’austerity e si rimangia le roboanti promesse elettorali una dopo l’altra.

Ora che il grillismo entra in parlamento, votato come extrema ratio da milioni di persone che giustamente hanno trovato disgustose o comunque irricevibili le altre offerte politiche, termina una fase e ne comincia un’altra. L’unico modo per saper leggere la fase che inizia, è comprendere quale sia stato il ruolo di Grillo e Casaleggio nella fase che termina. Per molti, si sono comportati da incendiari. Per noi, hanno avuto la funzione di pompieri.

Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?

Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle.

(Questo articolo di Wu Ming, collettivo di scrittori italiani, è stato pubblicato per la prima volta il 25 febbraio 2013 nel live blog di Internazionale sulle elezioni politiche).

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