La rana bollita


– Ciao, io vado.
– Ma dove vai?
– Non lo so, vado…
– Ma perché?
– Mi aspettano…
– Chi?
– Lo saprò quando sarò arrivato.
– Parliamone un po’ insieme almeno, perché così proprio non riesco a capire. È successo qualcosa?
– Niente di particolare.
– E allora perché parti?
– Sai, io sento che devo arrivare. Non so bene dove, ma devo arrivare da qualche parte. E quel luogo non è qui.
– Qui non ti piace?
– No, qui si respira un’aria che puzza.
– Stai scappando dal fetore…
– Sì, scappo dal fetore.
– Ma dai, fetore. Se dici così mi offendi. Ho delle narici anch’io e non ho tutta questa puzza sotto il naso.
– Non offenderti.
– Facevo per dire. È che mi dispiace vederti così afflitto, quasi disperato. Te ne stai in disparte, senza dire una parola quando si potrebbero fare tante cose divertenti. Non è tutto da buttare.
– Non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno. Penso soprattutto al vuoto che mi asseta, alle energie che svaniscono, a me bambino mentre immagino un futuro diverso.
– Ma come sei patetico.
– Mi sto dando delle arie?
– Sì, molto! Dovresti cercare di fare più ginnastica.
– Mi piace correre…
– Non ginnastica col corpo, ma con la mente. Devi irrobustirti, farti forte. C’è la guerra ragazzo mio, non sono tempi buoni per i sentimentalismi. Sai cosa diceva Croce? Fino a diciott’anni tutti scrivono poesie. Dopo restano solamente due categorie di persone: i poeti e i cretini.
– Precauzionalmente non scrivo poesie.
– Hai capito cosa voglio dire?
– Forse sì. Che le mie speranze e i miei sogni sono solamente dei capricci.
– Non dei capricci. Cerchiamo le parole giuste. Ecco, direi piuttosto debolezze. Di quelle legate ad una complessione sentimentale.
– Complessione sentimentale…
– Una struttura languida. Con buone potenzialità che però restano inespresse.
– Inespresse perché non faccio ginnastica.
– Bravo! Vedi che cominci a capire?
– A dire il vero non tanto.
– Vedi ragazzo, un po’ alla volta ci si abitua a tutto. È nella natura umana essere flessibili, adattabili, pronti a sopportare il peso delle difficoltà. E non sto parlando di certe grigie esistenze borghesi, del tipo: nacque, visse, e morì. Ma di una dignitosa presa di posizione. Di quel vecchio e caro esercizio di buon senso che distingue l’uomo dall’adolescente.
– Pensi che mi manchi il buon senso?
– Non ho detto questo.
– Però lo pensi…
– Sì, lo penso. Credo che le tue siano pretese esagerate e che dovresti cercare prima di tutto di ridimensionarle. So che non è facile, non lo è nemmeno per me credimi, ma cosa possiamo farci? È andata così.
– Cosa possiamo farci… ci si abitua a tutto…
– Hai presente la storia della rana? Se prendi una rana e la butti in una pentola d’acqua bollente, questa appena sente il calore salta fuori. Ma se la adagi tranquillamente nell’acqua ancora fredda e poi accendi il fuoco si farà lessare senza nemmeno accorgersene.
– Vorresti bollirmi come una rana?
– Non dico questo. Dico solo che il disagio è relativo. È dato dal contrasto. Ciò che può apparirci terribile se visto nella sua totalità, tutto insieme, un passo alla volta, un pezzo dopo l’altro, diventa invece tollerabile. E tutto si aggiusta.
– Sì, ma la rana alla fine muore.
– Questo non è sostanziale. Allora, se è per questo, tutti noi moriremo prima o poi. La morte è un fatto tra gli altri, non darei troppo importanza alla cosa.
– Volevo dire che la rana non muore di vecchiaia ma perché viene cucinata. E poi la morte non è un fatto tra gli altri, come dici tu. È l’evento che illumina retrospettivamente ciò che c’è stato prima. Se la morte è un nulla, allora lo è anche tutta la vita e così la differenza tra rimanere e partire non esiste. Ma a questa idea ancora non mi sono piegato, ed è anche per questo che voglio andarmene.
– Vorrei che riuscissimo a parlare di equilibrio, piuttosto che di verità. Quanto è equilibrato ciò che vorresti fare? Non ha senso… Piuttosto pensa a costruirti un’alternativa. Rimanda la partenza e usa il tempo libero che hai a disposizione per progettare un’opzione diversa. Così mi sembra solo un salto nel buio, un cupio dissolvi.
– Lo è, ma legittimamente. È il desiderio di far morire una parte di me, questa.
– Ci sarebbe anche una terza via, tra partire e rimanere. Stare, coltivando comunque il tuo cammino. Un cammino che arricchisca l’immaginazione.
– Come il cretino di Croce. No, io sono già stato, e ogni giorno ho pensato a questo istante in cui ci saremmo salutati. L’ora è venuta, mi dispiace…
– Ma non mi hai ancora detto dove andrai…
– So solo che non voglio più restare. Prima di sera sarò già molto lontano da qui.
– Ma aspetta, parliamone ancora. La forza è flessibile, come una canna al vento. Ti ricordi lo Zen? Finirai col romperti le ossa!
– È vero, ma non ci si può abituare a tutto. Viene il giorno in cui bisogna dire basta. Se mi spezzerò, avrò comunque testimoniato il mio desiderio. Spero che questo mi consoli a sufficienza…
– Va bene. Allora, buon viaggio. La tua tracotanza ti sarà rovinosa, ricordalo. L’edera lontano dal muro è destinata a seccare…
– Me lo ricorderò quando i morsi della fame si faranno lancinanti e la morte mi comparirà smunta e pallida in mezzo al bosco. Penserò che partire era il mio destino. E che né tu né io potevamo farci niente…

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