Alcune preziose analisi di Alessandro Cravera sulle contraddizioni del M5S.
M5S: questione di leadership
Grillo e Casaleggio hanno finora certamente svolto un importante ruolo di leadership. Grazie al loro lavoro sul web sono riusciti a innescare un potente moto di adesioni dal basso che ha generato il successo elettorale di questi giorni. Finora il loro ruolo è stato prevalentemente (non in maniera assoluta e non so quanto consapevolmente) quello di generare un contesto auto-organizzativo in cui i cittadini potessero dialogare, confrontarsi tra loro e trovare uno spazio diretto di partecipazione alla vita politica e al rinnovamento della stessa. Non considerando alcuni diktat di Grillo nei confronti di alcuni esponenti del movimento, la loro è stata una leadership prevalentemente indiretta, tanto vero che nessuno dei due si è candidato direttamente in Parlamento. Un esempio di leadership quindi, per molti versi coerente con le dinamiche evolutive tipiche di un sistema complesso qual è la società. Ora però, pare che la loro leadership stia cambiando forma tornando a modalità ben più tradizionali. Il loro ruolo non sembra più essere di innesco per l’emergere di una decisione condivisa. Le decisioni riguardanti il M5S le stanno prendendo direttamente i fondatori che, in questa fase politica, assomigliano più ai proprietari che agli ispiratori del movimento. Una situazione questa che, se confermata, evidenzierebbe una difficoltà a interpretare una visione diversa della leadership nel momento della presa di decisioni. Permane un concetto di leader come colui che decide direttamente e che possiede tutte le risposte, ben lontana dalla figura del leader che, attraverso la propria azione e le domande che pone mette in condizione gli altri di prendere la migliore decisione possibile. Da un movimento politico che vuole cambiare radicalmente la vita politica italiana mi aspetterei un analogo cambiamento nella proprie logiche interne di governance. Cambiamento che finora si è visto solo a tratti.
Ha ragione Eugenio Scalfari: un italiano su tre cova un profondo disprezzo nei confronti dello stato. È lo zoccolo duro del berlusconismo, il dato più avvilente di questa ultima tornata elettorale. Forse per comprendere il fenomeno giova recuperare la categoria di “familismo amorale“, coniata da Edward Banfield nel lontano 1958. Un paradigma nato per descrivere l’arretratezza economica e sociale del sud Italia e che oggi potrebbe essere esteso ad una buona parte del Paese. Uso privato della res publica, diffidenza verso chiunque propugni la difesa dell’interesse comune, massimizzazione dei vantaggi materiali nel breve periodo, sudditanza nei confronti del potere.
Mi duole ammetterlo ma questi mancati cittadini, minorenni civili che si affidano nonostantetutto all’irrazionalismo salvifico dei loro leader, sono anche colpa nostra. In particolare del nostro sistema educativo che negli ultimi cinquant’anni non è stato capace di realizzare il proprio fine ultimo, ovvero formare ai valori della Costituzione e della Repubblica. O li prendi da piccoli o non c’è speranza e te li tieni. Una volta andato in pensione il pifferaio di Hamelin ci ritroveremo a fare i conti con gli italiani, con il Berlusconi in me per dirla con Gaber. E contro questa sciagura non c’è Renzi che tenga, non c’è vittoria elettorale che possa cambiare le cose. È per questo motivo che la scuola è un bene così importante su cui investire in una prospettiva di lunghissimo periodo. Allo stesso modo è proprio a causa della sua funzione strategica di potenziale polo di sviluppo del pensiero critico che qualcuno la vorrebbe umiliata e in rovina.
Lo incontro in una tiepida sera d’ottobre in un bar del centro. La movida parmigiana brulica di SUV super cafonal, ragazze patinate che sembrano truccate con il photoshop, e qualche neo laureato ubriaco. “Alimentari, alimont alimont… meno cinq meno cinq”, mentre una voce gracchia nel microfono una vecchia canzone di Lucio Dalla ci salutiamo, come ai vecchi tempi. È magro, ancora più di come me lo ricordassi, nevrile nei gesti come un cavallo matto. Si muove a scatti, mi abbraccia. Getta la sigaretta appena accesa e mi urla all’orecchio.
– Allora come stai?
– Bene. Oddio, bene è una parola grossa. Diciamo che non mi posso lamentare. E tu?
– Ottimo! (ride) Beviamo qualcosa?
– Sì, ma senza esagerare: domani mi sveglio presto.
– Ci facciamo un paio di birre, va bene?
– È sempre così qui? Tutto ‘sto casino? -No, solo al venerdì. C’è il concerto. Bravi vero? Anche se imitarne addirittura la voce mi sembra una caduta di stile.
– Be’ sì. È un’operazione di necrofilia musicale che non mi fa proprio impazzire. A proposito hai visto l’altra sera il servizio di Ballarò sul Regio?
– A proposito di necrofilia o di musica? (ride ma questa volta gli occhi gli si velano di rancore). Ma quello di due settimane fa? Sì, l’ho visto. Peccato che si sia persa un’altra occasione per dire la verità.
– Ha stupito anche me. Mi è sembrato un servizio fatto con i piedi, un servizietto insomma. E non voglio alludere ad altro. Piuttosto è insopportabile la mancanza di professionalità di alcuni giornalisti. Non ci vuole molto a raccontare questa storia: lo facciamo noi? Tu che conosci bene la realtà, perché ci hai lavorato a lungo, mi esponi la tua versione dei fatti e io scrivo un post, lo facciamo girare e vediamo se diventa virale. Ci stai? Ti prometto l’anonimato.
– Non ho paura di metterci la faccia…
– Vabbè, intanto facciamo così. Poi vedremo. Per ora sarai, Gola Profonda, come nel film di Pakula, Tutti gli uomini del presidente.
– Temevo un riferimento a quello di Jerry Gerard.
– No, non pensavo a quello… Direi prima di tutto di aiutare i nostri lettori rinfrescando loro la memoria. Pubblico qui sotto l’estratto di Ballarò, la parte che ci interessa va dall’inizio a 1’32″…
Ci sediamo a un tavolino, davanti alle nostre birre. Il complessino satura la sala con un accompagnamento ritmico, mentre il cantante, sempre più sudato e posseduto, si lancia in un vocalizzo eseguito con il più perfetto stile filologico “Sciubidubidù, brrrr, ahhh, aimen, aimen, blublub!!” Il pubblico applaude, sembra felice.
– Innanzitutto ti dico che mi dispiace vedere alcune persone (che stimo) sostenere la dirigenza dell’orchestra in pubblico e parlarne male in privato. Posso capire la difficoltà del momento ma in ogni caso serve coerenza. In quanto liberi professionisti la nostra immagine è il bene più prezioso che possediamo.
– Sei diventato improvvisamente serio.
– Be’ ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate se non fosse vero. È un po’ una tragicommedia fantozziana, fatta di vessazioni, leccate di scarpe, e nuvoletta da impiegato.
– Pure la nuvoletta?
– Massì, quella che fa piovere sul bagnato o sulle teste di chi non ha l’ombrello.
– Ti riferisci ai tuoi ex colleghi?
– A loro ma anche al sottoscritto. Abbiamo condiviso la sfiga di credere in qualcosa di bello.
– Pensi che adesso non parlino per paura?
– Non dico questo. Sicuramente hanno bisogno dei soldi che l’OTR [Orchestra del Teatro Regio ndr] deve ancora pagare. Quindi fanno buon viso a cattivo gioco. Ci siamo passati tutti, ma c’è un limite al peggio.
– Mi parli delle condizioni di lavoro?
– C’erano dei vincoli da rispettare molto semplici: dovevi stare zitto su tutto, sennò venivi cacciato. Non bisognava discutere sulle paghe o sull’aspetto contrattuale e previdenziale, sulla disposizione dei leggii in orchestra, sul modo di lavorare della spalla.
–Quello che si definirebbe un ambientino…
– Una vera e propria forma di caporalato che si reggeva sulla totale assenza di regole a tutela dei musicisti. Ti potrei segnalare centinaia di episodi di mobbing. Parlo di musicisti bravissimi che si trovavano da un giorno all’altro in ultimo leggio senza nessuna spiegazione, di voci messe in giro ad arte dai responsabili per metterci l’uno contro l’altro, di minacce fatte apertamente contro quelli che andavano a suonare in altre orchestre che, sempre secondo la dirigenza, facevano all’OTR una concorrenza sleale.
– Ed era vero?
– Ma quando mai! L’unica cosa vera è stata l’incapacità manageriale dei vertici. Si lavorava solo con il teatro, per le altre cose c’era il gruppo ristretto, quello degli amici fidati. Uno fonda una srl, si mette sul mercato, e poi si lamenta se perde un appalto. È ridicolo.
– Sarà pure ridicolo ma è un bel pezzo di storia italiana. Fare i liberisti con le garanzie degli appalti pubblici è un malcostume diffuso. Evidentemente non c’era tutta quella qualità che rendeva l’OTR indispensabile per la città di Parma.
– Evidentemente no. All’inizio il progetto era ambizioso, avevamo tutte le carte in regola per poter fare bene. Un poco alla volta però sono venuti a mancare i presupposti. In primo luogo il merito (penso a certi ragazzi appena arrivati sbattuti nei primi leggii senza alcun criterio) e poi la costruzione di un gruppo affiatato. Eravamo un porto di mare, quelli di Parma con il tempo sono diventati sempre meno.
– Come te lo spieghi?
– Forse ai capi dava fastidio che si stesse costruendo una gruppo compatto e affiatato che sarebbe potuto diventare una sorta di contro potere. Volevano carta bianca su tutto e alla fine ce l’hanno fatta. Divide et impera…
– Attento a non passare per razzista, come Grillo.
– È un’accusa che non mi preoccupa per niente, perché è palesemente fuori luogo. Non ho mai avuto niente contro i romeni in orchestra. Anzi, credo che siano una risorsa, a patto che il loro trattamento economico sia equiparato al tuo. Altrimenti è sfruttamento del lavoro.
– Quindi questi ragazzi venivano chiamati perché costavano meno? Anche questo è un classico del management italiano, delocalizzare per sopperire alla carenza di idee. Il problema diventa sempre il costo del lavoro…
– Non sono testimone diretto del fatto che prendessero meno. Ma so che alcuni di loro si sono lamentati, in via confidenziale, per le paghe più basse. Chiedilo, chiedilo agli altri se non è vero! Ho reclamato più volte maggiore trasparenza sui contratti, ma non è mai stato fatto nulla. I capi si sono visti aumentare il budget per musicista da 130 sino a 180 € al giorno, ma le paghe con gli anni si sono progressivamente ridotte. C’è stata anche una multa di 90.000 € circa per contributi evasi. Hanno fatto ricorso ma alla fine sono stati costretti a pagare.
Ride Gola Profonda, ciondolando avanti e indietro con la testa. È nervoso, cerca in tasca le sigarette e l’accendino.“Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa, nuvolari ha un corpo eccezionale!!!”
–Andiamo fuori che fumo?
– Va bene. Sei nervoso?
–Nervoso, io? Ma per niente! Sono proprio incazzato!
– Ah, ok. Del resto… si può anche capire. Ma non avevate il CCNL?
– No. Non avevamo nemmeno i contributi sufficienti per prendere il sussidio di disoccupazione.
– E come si spiega che il sindaco di Parma abbia dichiarato che appaltando il Verdi Festival all’OSER il risparmio per il comune sarà attorno agli 80.000 €. Sono un mucchio di soldi per quattro produzioni d’opera.
– Penso che se il sindaco ha detto così il risparmio ci sarà davvero. La Toscanini [OSER ndr], è un’orchestra regionale che lavora con contratti regolari, ha una copertura fondi e può fare al teatro un’offerta vantaggiosa, garantendo comunque la stessa se non migliore qualità dell’OTR e pagando i musicisti con il dovuto.
– Ma allora perché tanti musicisti hanno avuto una reazione così violenta nei confronti di Pizzarotti? Hanno detto che si è trattato di una vigliaccata, di un taglio alla cultura scandaloso.
– Ma quale taglio alla cultura! Secondo me Pizzarotti si è preso il tempo necessario per raccogliere informazioni, ha capito la situazione, e poi ha pensato bene di tenersi lontano da questa storia torbida. So per certo che non ha promesso nulla e la reazione dei miei ex colleghi è stata a dir poco irrazionale. Ma te l’ho detto, non vogliono perdere i soldi e così sostengono la causa sino alla fine. Dovrebbero prendersela con i capi, che hanno portato l’orchestra ad essere sgradita alle più alte cariche politiche provinciali e regionali, dopo anni di arroganza e tracotanza. Dovrebbero pensare con la loro testa!
Si tocca la chioma trinaricciuta, un po’ ingrigita dagli anni. Continua a raccontare, Gola Profonda. Racconta e va avanti per ore. Ti viene da pensare che uno così abbia un bisogno profondo di essere ascoltato. Fuma e si fa un’altra birra, si agita, mima ogni parola con le mani mentre dall’interno del bar un grido lo accompagna “quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore…” Sembra un penitente che cerca l’assoluzione e io sono il prete che lo confessa. Ti perdono figliolo, ti perdono! Hai mercanteggiato con il demonio ma il tuo animo adesso è contrito e il tuo cuore puro. Dieci Ave Maria e dieci pater noster… “sciubidubidà sciubidubidà sciubidubidaaa… sciubidubidà sciubidubidà bidudududduuu!!!”
Durante una famosa intervista rilasciata a Giampaolo Pansa nel 1970, Leonardo Sciascia vaticinò un’infausta previsione. Disse che la mentalità mafiosa avrebbe risalito la penisola, come la linea della palma, alla ricerca di nuovi territori fertili su cui mettere radici, sino ad attecchire in regioni lontanissime dalla Sicilia. Bene, oggi 2012 quella desertificazione dello spazio civico pare essersi compiuta del tutto. Nel profondo Nord, nella cosiddetta capitale morale del Paese, la ‘ndrangheta vive e prolifica all’ombra del Pirellone e con la collusione della buona borghesia imprenditoriale. Fa affari, corrompe, occupa il territorio; lavora per investire sul proprio capitale sociale. E di fronte a questo scempio la prosopopea leghista diventa ancora più insopportabile. La retorica moraleggiante con cui si insiste tutt’oggi nel rappresentare una differenza antropologica tra il grigio brianzolo e il rusticano siculo – calabrese ha più a che fare con la psichiatria clinica che con la politica. Da Nord a Sud, da Milano a Palermo, l’Italietta si mostra sempre con i medesimi tic, con le stesse ambizioni, con lo stesso sprezzo della legge e dello Stato. È una guerra di tutti contro tutti, senza mediazioni e frontiere, che investe ogni propaggine della società. Serve urgentemente una rivoluzione culturale, un cambiamento radicale di paradigma che ci renda finalmente “normali”. Prima che sia troppo tardi…