Il Berlusconi in me

Ha ragione Eugenio Scalfari: un italiano su tre cova un profondo disprezzo nei confronti dello stato. È lo zoccolo duro del berlusconismo, il dato più avvilente di questa ultima tornata elettorale. Forse per comprendere il fenomeno giova recuperare la categoria di “familismo amorale“, coniata da Edward Banfield nel lontano 1958. Un paradigma nato per descrivere l’arretratezza economica e sociale del sud Italia e che oggi potrebbe essere esteso ad una buona parte del Paese. Uso privato della res publica, diffidenza verso chiunque propugni la difesa dell’interesse comune, massimizzazione dei vantaggi materiali nel breve periodo, sudditanza nei confronti del potere.

Mi duole ammetterlo ma questi mancati cittadini, minorenni civili che si affidano nonostante tutto all’irrazionalismo salvifico dei loro leader, sono anche colpa nostra. In particolare del nostro sistema educativo che negli ultimi cinquant’anni non è stato capace di realizzare il proprio fine ultimo, ovvero formare ai valori della Costituzione e della Repubblica. O li prendi da piccoli o non c’è speranza e te li tieni. Una volta andato in pensione il pifferaio di Hamelin ci ritroveremo a fare i conti con gli italiani, con il Berlusconi in me per dirla con Gaber. E contro questa sciagura non c’è Renzi che tenga, non c’è vittoria elettorale che possa cambiare le cose. È per questo motivo che la scuola è un bene così importante su cui investire in una prospettiva di lunghissimo periodo. Allo stesso modo è proprio a causa della sua funzione strategica di potenziale polo di sviluppo del pensiero critico che qualcuno la vorrebbe umiliata e in rovina.

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Mamma li moderati! (o l’ex partito dell’amore…)

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Abbi pietà di me!

Spesso in classe capita che uno studente del primo corso alzi la mano e chieda: “prof., ma perché i filosofi si fanno tutte queste domande?”. In quella questione naturalmente è già implicito il giudizio: filosofare è una cosa astratta e un’inutile elucubrazione mentale; la vita è altro e ha esigenze ben diverse… Di solito me ne resto lì nel mezzo della spiegazione, un po’ basito ma per nulla sorpreso. Poi rispondo più o meno così, tra il serio e il faceto, accettando la sfida di questa sfrontata gioventù.

Caro studente, cominciamo con l’evitare le considerazioni didattiche. Perché se è possibile che la filosofia aiuti la formazione di determinate competenze (saper analizzare, saper usare la logica, saper scindere i punti di vista ecc.) sono convinto che essa vada difesa soprattutto per un un valore in sé .

Ma non vorrei nemmeno usare questo argomento e percorrere l’antica via della persuasione. Non voglio portarti ad essere ciò che non vuoi essere. Per la mia autorità potresti darmi ragione solo per compiacermi e questa, tanto per intenderci, non sarebbe proprio un bella prova filosofica.

Ti dico solo che filosofi si nasce. Come si nasce musicisti, poeti, letterati, architetti. Certo c’è il lavoro, lo studio che matura un’inclinazione ingenua. Senza il lavoro l’idea resta un guscio vuoto, un caotico e astratto credere di sentire. Ma ogni agire significativo ha le proprie radici in un’esigenza dello spirito. La vocazione è riconoscere un’autenticità dentro di sé. Per me, nella mia esperienza personale, essere filosofo significa soprattutto stare davanti al mondo attraversato da una specifica tonalità emotiva. Si chiama jamais vu ed è il contrario del déjà vu. Le cose sono lì, come sempre, ma a volte appaiono sotto una luce nuova, quasi trasfigurata.

E la mia non è un’idea nuova. In questo non sono per nulla originale, ma del resto ho abbandonato da tempo l’ambizione mondana di essere creativo. C’è un filosofo che si chiama Aristotele (non lo abbiamo ancora fatto ma ci arriveremo!) che in un suo libro intitolato La Metafisica sostiene che la filosofia nasca dalla meraviglia. Ora, meraviglia può essere sinonimo di stupore, ma anche di sbigottimento. La realtà sbigottisce il filosofo che non sa darsi spiegazione del perché le cose accadano così come accadono. Il nascere e il morire, il dolore, il cambiamento, l’Essere al posto del Nulla.

Quindi se credi che la filosofia debba essere una saggezza utile a qualche cosa ti sbagli. Piuttosto è un prodotto del disagio. È il tentativo di dare una risposta ad una domanda che sorge dal di dentro e che a volte può spalancarsi in un grido di disperazione (a volte, non sempre…). Accogliere l’insensatezza e non rimuoverla, sfidare l’abisso con la corazza del cavaliere di Durer, in bilico tra la morte e il diavolo. Questo è il filosofo.

Il cavaliere, la morte, e il diavolo

Il cavaliere, la morte, e il diavolo

Dici che è una teoria ben strana? Può anche essere, ma secondo te che cosa fa di un uomo uno psichiatra, la sanità mentale o la follia che è dentro di lui? Potremmo estendere il ragionamento per analogia ai poliziotti (che sono un po’ ladri) o ai pompieri (piromani). E così via. Il filosofo si interroga sul mondo perché non sta bene al mondo. È molto semplice.

Se potessi evitarmi di essere filosofo non perderei l’occasione. Smetterei di speculare sulla foglia che cade e vivrei la mia esistenza come un animale nel mezzo della natura, mosso dagli istinti e senza tentennamenti. Ma sono un uomo (pardon un essere umano, le parole sono importanti!) e sul più bello mi arresto. Dilaziono, sublimo, mi blocco in una nevrosi che mi si attorciglia alla volontà. Ed ecco che si produce la domanda, con una forza inesausta.

È come se tentassi di coprire con il pensiero quella distanza che intercorre tra l’io e l’azione. Penso perché fatico ad agire. Anzi, i cambiamenti mi rabbuiano davvero. Quindi la prossima volta che mi incontri per i corridoi e mi saluti, ti prego, abbi pietà di me e del mio dolore.

E non ti sia più leggera questa amara constatazione solo per il fatto che nel suo domandare il filosofo realizza l’essenza umana in una delle sue gradazioni più pure. Infatti dove sta la differenza tra l’uomo e l’animale se non nella capacità di contemplare e di domandare? Non perdere la compassione solo perché sono speciale, la mia differenza, ora lo sai, la pago a carissimo prezzo.

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Criminale o sbruffone?

Vittorio Feltri, con un articolo uscito sul Giornale, ha recentemente difeso Fabrizio Corona definendolo prima di tutto uno “sbruffone di talento sprecato”, e non un “criminale”, e poi giustificandone le pratiche illecite perché “così fan tutti”. Ricordiamo brevemente i fatti. Il 18 gennaio scorso la Cassazione condanna il fotografo dei VIP in via definitiva a 5 anni di reclusione per estorsione aggravata. Corona viene arrestato durante una breve latitanza in Portogallo da alcuni agenti della polizia di Lisbona. Non è la prima volta che l’uomo va in carcere. Per avere un’idea della sua biografia da incubo basta fare un giro su Wikipedia. Non è nemmeno la prima volta che Vittorio Feltri sorprende per un uso così creativo della semantica. Di fronte a tanta leggerezza non potevo starmene in pace. E allora ho fatto una cosa semplicissima: sotto suggerimento della civetta, che per quei pochi che non lo sapessero è l’uccello della filosofia, ho preso un vocabolario e sono andato a vedermi le definizioni. Così recita il Treccani:

Criminale: Persona colpevole di delitti gravi, delinquente.

Sbruffone: Che si dà delle arie, che parla e agisce ostentando capacità e qualità che in realtà non possiede.

A rigor di logica si può affermare certamente che l’insieme dei criminali e quello degli sbruffoni partecipano tra loro solo in maniera accidentale. Per capirci meglio: ci saranno criminali che sono sbruffoni ma anche sbruffoni che non sono criminali e criminali che, seppur pericolosi ed efferati nelle loro azioni, non sono però degli sbruffoni. Quindi Corona potrebbe tranquillamente essere uno sbruffone senza essere un criminale. Il punto è che il carattere distintivo del delitto grave non si applica ai semplici sbruffoni, i quali sono piuttosto dei millantatori; per certi aspetti, se presi con la dovuta cautela e tenuti alla giusta distanza, anche teneramente simpatici. L’estorsione è un delitto grave. E siccome la logica non è un’opinione, sulla base dell’attendibilità della sentenza di cui teniamo conto sino a prova contraria, Corona è un delinquente tout court e senza troppi giri di parole. Poco conta la diffusione del delitto:

Il reato che gli hanno attribuito fa effetto: estorsione, una specie di rapina a mano armata. In realtà è una faccenda di fotografie malandrine lecitamente scattate con la solita tecnica da rubagalline. Avendo diretto per la Rizzoli un settimanale, L’Europeo, so come funzionano certi meccanismi. Il paparazzo segue un personaggio e, se lo coglie in flagranza di peccato con una ragazza «clandestina» o, meglio, «avventizia», lo inchioda con un’istantanea. La quale istantanea fa ovviamente gola ai giornali gossipari, pronti a ben pagarla. Altrettanto pronto a ben pagarla è il personaggio in questione: per evitare grane in famiglia, sempre odiose o almeno fastidiose. Il fotografo a questo punto ha due opportunità: vendere il prodotto del proprio lavoraccio a un rotocalco o direttamente al bischero beccato in fallo. L’affare si conclude con chi offre di più. Mi rendo conto: il giochetto è ai limiti della liceità e talora li supera. Però siamo nel campo delle consuetudini, nulla di particolarmente scandaloso.

perché la morale e il diritto non sono relativi all’inflazione. Quindi o Feltri non padroneggia l’italiano oppure le finalità del suo articolo sono da ricercarsi altrove. Ci aiuta a sciogliere il dubbio proprio lui aggiungendo queste ultime righe:

Corona invece per un’operazione (o numerose operazioni) simile deve scontare la reclusione: 5 anni, non 5 settimane. D’altronde, la giustizia è uguale per quasi tutti: alcuni pagano anche per altri. Il che non giustifica il fatto che su Facebook sia in atto una campagna di simpatia verso il suddetto Corona: migliaia di persone che inneggiano a lui incitandolo a non farsi catturare. Eppure l’iniziativa spiega molte cose. Una soprattutto: a volte, se tra le guardie e i ladri si preferiscono i secondi, un motivo c’è.

È risaputa la polemica condotta da Feltri, e da molti altri, contro la giustizia italiana. Quello che forse sfugge sono le conseguenze che derivano dall’uso spregiudicato della retorica e di una ragione piegata ad interessi di parte. Prima di tutto questo pervertimento del linguaggio che si impone nel dibattito. E allora la giustizia diventa giustizialismo, l’impunità garantismo, e un criminale patentato è solo uno sbruffone. Non è cosa nuova, per carità, ma bisogna vigilare affinché non si assopiscano le nostre capacità critiche. In troppi sono interessati a rappresentare una realtà che non esiste per tranquillizzare la gente e solleticarla nei suoi bassi istinti. Berlusconi è stato il mandante di questa egemonia subculturale, e Feltri è stato e continua ad essere uno degli esecutori.

Termino linkando una clip tratta da “Sbatti il Mostro in Prima Pagina” con protagonista un magnifico Gian Maria Volontè. Si intitola lezione di giornalismo e mi pare che arricchisca la nostra riflessione. Godetevela perché è un bel pezzo di cinema italiano.

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Tristemente famosi

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03/01/2013 · 02:20