Creativismo-cretinismo

Tanti anni di Conservatorio e di prossimità con la musica mi hanno insegnato che la creatività è una condizione necessaria ma non sufficiente per trasformare tizio in un vero artista. Prima di tutto viene il lavoro, duro, faticoso, ma appassionato, con cui si costruisce la personalità del Maestro, del tecnico che padroneggia il mestiere in ogni suo aspetto. E non si tratta di una distinzione di registro (alto/basso) o di attività (musica/pittura) che mi interessa sottolineare, quanto la necessità, qualsiasi cosa si faccia, di un impegno maniacale, serio, e soprattutto votato al sacrificio. Non ci sono scorciatoie. Come dice un amico: c’è un solo modo di fare le cose bene mentre i rimanenti novantanove sono tutti sbagliati. E io, personalmente, non ne posso più di tanti cialtroni boriosi con cui ho sempre più spesso a che fare. Sono trasparenti come le loro povere idee e maledettamente disperati nei loro atteggiamenti stucchevoli e stereotipati. Metodo signori, ci vuole metodo! A loro vorrei offrire questo decalogo per niente paradossale di Maurizio Ferraris (1) su come evitare la retorica del creativismo-cretinismo ed essere finalmente creativi (e felici!).

ISTRUZIONI PER DIVENTARE CREATIVI

1. Non pensare ad un elefante rosa. Ovviamente ci avete pensato. Chiedere di essere creativi non è diverso, e proporre un metodo per diventare creativi non sembra diverso dall’ordine di disobbedire o dall’ingiunzione di essere naturali. E proprio come quando ti dicono di essere naturale incominciano le palpitazioni, le orticarie e i sorrisi tirati (ti verrebbe voglia di dire che no, tu sei artificiale), così all’ingiunzione del creare viene voglia di opporre una resistenza passiva: io no, non creo, neanche sotto tortura.

2. Frequentare scuole repressive. Mi è capitato di leggere il sito di un tizio che se la prendeva con la scuola, dicendo che frustra la creatività. Una storia già sentita tante volte (cioè ben poco creativa), e che non spiega come mai tanti creatori siano sorti in passato, cioè in epoche di scuole terribilmente repressive. La repressione aguzza l’ingegno mentre l’esortazione ad essere creativi è paralizzante.

3. Non esagerare con le idee. Hegel ha detto una volta una cosa terribilmente vera: le idee sono a buon mercato come le mele. In proposito, mi hanno raccontato un aneddoto, non so quanto vero, ma che esprime bene quello che voglio dire. Una volta un tale incontrò Einstein e gli disse: “Io mi sveglio alla mattina alle cinque e annoto le idee.” E Einstein: “Io no. Sa, io di idee ne ho avute al massimo una o due.”

4. Copiate, non create. Per diventare creativi bisogna copiare, copiare e ancora copiare. Quando tutto quello che abbiamo copiato ci uscirà dagli occhi, quando ogni verso, ogni nota, ogni disegno ci sembrerà una citazione, ecco che saremo dei creatori o (almeno) non saremo dei ripetitori. Il punto è molto semplice e l’ha enunciato una volta Umberto Eco: “si sbaglia ad associare il genio alla sregolatezza; il genio non ha meno regole degli altri, ne ha molte di più.

5. Inventariate, non inventate. Per copiare l’inventario e il catalogo sono una grande risorsa, lo sapevano già i latini. Inventio, in latino, vuol dire due cose: l’idea che sembra sorgere dal nulla, l’invenzione dell’inventore, e quella che viene trovata in un repertorio.

6. Classificate, non costruite. Questo principio discende direttamente dal precedente. Che fastidio, dopotutto, i creatori, e che piacere, invece, i classificatori, che mettono ordine nella massa di quello che c’è prendendo a modello il motto di Monsieur Teste di Paul Valéry: “Transit classificando”.

7. Esemplificate, non semplificate. Diceva Leibniz: chi abbia visto attentamente più figure di piante ed animali, di fortezze o di case, letto più romanzi e racconti ingegnosi, ha più conoscenze di un altro, anche se, in tutto quello che gli è stato dipinto o raccontato, non ci fosse una sola cosa vera. Gli esempi sono una grande e lussureggiante risorsa, e sono il bello della cultura, che dunque non paralizza la creatività, ma la rende possibile.

8. Cercate oggetti e non soggetti. Diceva Amleto: “Ci sono più cose fra la terra e il cielo che in tutte le nostre filosofie”. E Rilke: “Loda all’Angelo il mondo, mostragli quello che è semplice, quel che, plasmato di padre in figlio, vive, cosa nostra, alla mano e sotto gli occhi nostri. Digli le cose. Resterà più stupito”. Gli oggetti che popolano la nostra vita sono un universo di esempi concreti, e in più non praticano (in genere) le mistificazioni e automistificazioni dei soggetti.

9. Mandate al diavolo i creativi. Non in senso maligno, ma così alla buona. Che se li goda Lui, noi ci teniamo i banali e ripetitivi.

10. Fate un monumento a Bouvard e Péchuchet. Con l’inflazione di creativi, il non-creativo è una bestia rara, da cercare con il lanternino, e magari da ammirare e da riverire. Propongo dunque un monumento a Bouvard e Pècuchet, i due più grandi eroi di Flaubert, i due copisti per eccellenza.

(1) Maurizio Ferraris, Pensiero, che cosa significa pensare?, in Le Domande della Filosofia, La Biblioteca di Repubblica.

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Quello che un gatto non sa fare

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Cruccio notturno

Conservo l’idea che un artista sia soprattutto oggetto e non soggetto della propria forza creativa e che quindi non possa in alcun modo pianificare il proprio futuro lavorativo. E allora, come si può annunciare urbi et orbi la fine di una carriera musicale o letteraria? Non è che in questa ostentazione si nasconda una pochezza di spessore “spirituale” o, detta più laicamente, una sorprendente mancanza di buon gusto?

 

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Ivano Fossati

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Francesco Guccini

Philip Roth

Philip Roth

2 commenti

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Lo incontro in una tiepida sera d’ottobre in un bar del centro. La movida parmigiana brulica di SUV super cafonal, ragazze patinate che sembrano truccate con il photoshop, e qualche neo laureato ubriaco. “Alimentari, alimont alimont… meno cinq meno cinq”, mentre una voce gracchia nel microfono una vecchia canzone di Lucio Dalla ci salutiamo, come ai vecchi tempi. È magro, ancora più di come me lo ricordassi, nevrile nei gesti come un cavallo matto. Si muove a scatti, mi abbraccia. Getta la sigaretta appena accesa e mi urla all’orecchio.
Allora come stai?
Bene. Oddio, bene è una parola grossa. Diciamo che non mi posso lamentare. E tu?
Ottimo! (ride) Beviamo qualcosa?
Sì, ma senza esagerare: domani mi sveglio presto.
Ci facciamo un paio di birre, va bene?
È sempre così qui? Tutto ‘sto casino?
-No, solo al venerdì. C’è il concerto. Bravi vero? Anche se imitarne addirittura la voce mi sembra una caduta di stile.
Be’ sì. È un’operazione di necrofilia musicale che non mi fa proprio impazzire. A proposito hai visto l’altra sera il servizio di Ballarò sul Regio?
A proposito di necrofilia o di musica? (ride ma questa volta gli occhi gli si velano di rancore). Ma quello di due settimane fa? Sì, l’ho visto. Peccato che si sia persa un’altra occasione per dire la verità.
Ha stupito anche me. Mi è sembrato un servizio fatto con i piedi, un servizietto insomma. E non voglio alludere ad altro. Piuttosto è insopportabile la mancanza di professionalità di alcuni giornalisti. Non ci vuole molto a raccontare questa storia: lo facciamo noi? Tu che conosci bene la realtà, perché ci hai lavorato a lungo, mi esponi la tua versione dei fatti e io scrivo un post, lo facciamo girare e vediamo se diventa virale. Ci stai? Ti prometto l’anonimato.
Non ho paura di metterci la faccia…
Vabbè, intanto facciamo così. Poi vedremo. Per ora sarai, Gola Profonda, come nel film di Pakula, Tutti gli uomini del presidente.
Temevo un riferimento a quello di Jerry Gerard.
No, non pensavo a quello… Direi prima di tutto di aiutare i nostri lettori rinfrescando loro la memoria. Pubblico qui sotto l’estratto di Ballarò, la parte che ci interessa va dall’inizio a 1’32″…

Ci sediamo a un tavolino, davanti alle nostre birre. Il complessino satura la sala con un accompagnamento ritmico, mentre il cantante, sempre più sudato e posseduto, si lancia in un vocalizzo eseguito con il più perfetto stile filologico “Sciubidubidù, brrrr, ahhh, aimen, aimen, blublub!!” Il pubblico applaude, sembra felice.
Innanzitutto ti dico che mi dispiace vedere alcune persone (che stimo) sostenere la dirigenza dell’orchestra in pubblico e parlarne male in privato. Posso capire la difficoltà del momento ma in ogni caso serve coerenza. In quanto liberi professionisti la nostra immagine è il bene più prezioso che possediamo.
Sei diventato improvvisamente serio.
Be’ ci sarebbe da scompisciarsi dalle risate se non fosse vero. È un po’ una tragicommedia fantozziana, fatta di vessazioni, leccate di scarpe, e nuvoletta da impiegato.
Pure la nuvoletta?
Massì, quella che fa piovere sul bagnato o sulle teste di chi non ha l’ombrello.
Ti riferisci ai tuoi ex colleghi?
A loro ma anche al sottoscritto. Abbiamo condiviso la sfiga di credere in qualcosa di bello.
Pensi che adesso non parlino per paura?
Non dico questo. Sicuramente hanno bisogno dei soldi che l’OTR [Orchestra del Teatro Regio ndr] deve ancora pagare. Quindi fanno buon viso a cattivo gioco. Ci siamo passati tutti, ma c’è un limite al peggio.
Mi parli delle condizioni di lavoro?
– C’erano dei vincoli da rispettare molto semplici: dovevi stare zitto su tutto, sennò venivi cacciato.
Non bisognava discutere sulle paghe o sull’aspetto contrattuale e previdenziale, sulla disposizione dei leggii in orchestra, sul modo di lavorare della spalla.
Quello che si definirebbe un ambientino…
Una vera e propria forma di caporalato che si reggeva sulla totale assenza di regole a tutela dei musicisti. Ti potrei segnalare centinaia di episodi di mobbing. Parlo di musicisti bravissimi che si trovavano da un giorno all’altro in ultimo leggio senza nessuna spiegazione, di voci messe in giro ad arte dai responsabili per metterci l’uno contro l’altro, di minacce fatte apertamente contro quelli che andavano a suonare in altre orchestre che, sempre secondo la dirigenza, facevano all’OTR una concorrenza sleale.
Ed era vero?
Ma quando mai! L’unica cosa vera è stata l’incapacità manageriale dei vertici. Si lavorava solo con il teatro, per le altre cose c’era il gruppo ristretto, quello degli amici fidati. Uno fonda una srl, si mette sul mercato, e poi si lamenta se perde un appalto. È ridicolo.
Sarà pure ridicolo ma è un bel pezzo di storia italiana. Fare i liberisti con le garanzie degli appalti pubblici è un malcostume diffuso. Evidentemente non c’era tutta quella qualità che rendeva l’OTR indispensabile per la città di Parma.
Evidentemente no. All’inizio il progetto era ambizioso, avevamo tutte le carte in regola per poter fare bene. Un poco alla volta però sono venuti a mancare i presupposti. In primo luogo il merito (penso a certi ragazzi appena arrivati sbattuti nei primi leggii senza alcun criterio) e poi la costruzione di un gruppo affiatato. Eravamo un porto di mare, quelli di Parma con il tempo sono diventati sempre meno.
Come te lo spieghi?
Forse ai capi dava fastidio che si stesse costruendo una gruppo compatto e affiatato che sarebbe potuto diventare una sorta di contro potere. Volevano carta bianca su tutto e alla fine ce l’hanno fatta. Divide et impera…
Attento a non passare per razzista, come Grillo.
È un’accusa che non mi preoccupa per niente, perché è palesemente fuori luogo. Non ho mai avuto niente contro i romeni in orchestra. Anzi, credo che siano una risorsa, a patto che il loro trattamento economico sia equiparato al tuo. Altrimenti è sfruttamento del lavoro.
Quindi questi ragazzi venivano chiamati perché costavano meno? Anche questo è un classico del management italiano, delocalizzare per sopperire alla carenza di idee. Il problema diventa sempre il costo del lavoro…
Non sono testimone diretto del fatto che prendessero meno. Ma so che alcuni di loro si sono lamentati, in via confidenziale, per le paghe più basse. Chiedilo, chiedilo agli altri se non è vero! Ho reclamato più volte maggiore trasparenza sui contratti, ma non è mai stato fatto nulla. I capi si sono visti aumentare il budget per musicista da 130 sino a 180 € al giorno, ma le paghe con gli anni si sono progressivamente ridotte. C’è stata anche una multa di 90.000 € circa per contributi evasi. Hanno fatto ricorso ma alla fine sono stati costretti a pagare.
Ride Gola Profonda, ciondolando avanti e indietro con la testa. È nervoso, cerca in tasca le sigarette e l’accendino.“Nuvolari ha cinquanta chili d’ossa, nuvolari ha un corpo eccezionale!!!”
Andiamo fuori che fumo?
Va bene. Sei nervoso?
Nervoso, io? Ma per niente! Sono proprio incazzato!
Ah, ok. Del resto… si può anche capire. Ma non avevate il CCNL?
– No. Non avevamo nemmeno i contributi sufficienti per prendere il sussidio di disoccupazione.
E come si spiega che il sindaco di Parma abbia dichiarato che appaltando il Verdi Festival all’OSER il risparmio per il comune sarà attorno agli 80.000 €. Sono un mucchio di soldi per quattro produzioni d’opera.
Penso che se il sindaco ha detto così il risparmio ci sarà davvero. La Toscanini [OSER ndr], è un’orchestra regionale che lavora con contratti regolari, ha una copertura fondi e può fare al teatro un’offerta vantaggiosa, garantendo comunque la stessa se non migliore qualità dell’OTR e pagando i musicisti con il dovuto.
Ma allora perché tanti musicisti hanno avuto una reazione così violenta nei confronti di Pizzarotti? Hanno detto che si è trattato di una vigliaccata, di un taglio alla cultura scandaloso.
Ma quale taglio alla cultura! Secondo me Pizzarotti si è preso il tempo necessario per raccogliere informazioni, ha capito la situazione, e poi ha pensato bene di tenersi lontano da questa storia torbida. So per certo che non ha promesso nulla e la reazione dei miei ex colleghi è stata a dir poco irrazionale. Ma te l’ho detto, non vogliono perdere i soldi e così sostengono la causa sino alla fine. Dovrebbero prendersela con i capi, che hanno portato l’orchestra ad essere sgradita alle più alte cariche politiche provinciali e regionali, dopo anni di arroganza e tracotanza. Dovrebbero pensare con la loro testa!

Si tocca la chioma trinaricciuta, un po’ ingrigita dagli anni. Continua a raccontare, Gola Profonda. Racconta e va avanti per ore. Ti viene da pensare che uno così abbia un bisogno profondo di essere ascoltato. Fuma e si fa un’altra birra, si agita, mima ogni parola con le mani mentre dall’interno del bar un grido lo accompagna “quando corre Nuvolari quando passa Nuvolari la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore…” Sembra un penitente che cerca l’assoluzione e io sono il prete che lo confessa. Ti perdono figliolo, ti perdono! Hai mercanteggiato con il demonio ma il tuo animo adesso è contrito e il tuo cuore puro. Dieci Ave Maria e dieci pater noster… “sciubidubidà sciubidubidà sciubidubidaaa… sciubidubidà sciubidubidà bidudududduuu!!!”

1 Commento

15/10/2012 · 20:14

Profumo di bruciato

Questa mattina mi sono svegliato leggero, pervaso da una energetica sensazione di ottimismo, quasi con il sole in tasca. Ad un certo punto, sarà stato mentre mi lavavo i denti, ho addirittura pensato di iscrivermi al concorsone in Lombardia; così per farlo, “per tenermi in forma sui contenuti” parlottavo allo specchio…
Nemmeno il tempo di piegarmi a 90* sul lavandino, e vedere lo sputo di dentifricio scomparire nello scarico, che già da Roma qualcuno aveva preso di mira il mio deretano!

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