La linea della palma

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Durante una famosa intervista rilasciata a Giampaolo Pansa nel 1970, Leonardo Sciascia vaticinò un’infausta previsione. Disse che la mentalità mafiosa avrebbe risalito la penisola, come la linea della palma, alla ricerca di nuovi territori fertili su cui mettere radici, sino ad attecchire in regioni lontanissime dalla Sicilia. Bene, oggi 2012 quella desertificazione dello spazio civico pare essersi compiuta del tutto. Nel profondo Nord, nella cosiddetta capitale morale del Paese, la ‘ndrangheta vive e prolifica all’ombra del Pirellone e con la collusione della buona borghesia imprenditoriale. Fa affari, corrompe, occupa il territorio; lavora per investire sul proprio capitale sociale. E di fronte a questo scempio la prosopopea leghista diventa ancora più insopportabile. La retorica moraleggiante con cui si insiste tutt’oggi nel rappresentare una differenza antropologica tra il grigio brianzolo e il rusticano siculo – calabrese ha più a che fare con la psichiatria clinica che con la politica. Da Nord a Sud, da Milano a Palermo, l’Italietta si mostra sempre con i medesimi tic, con le stesse ambizioni, con lo stesso sprezzo della legge e dello Stato. È una guerra di tutti contro tutti, senza mediazioni e frontiere, che investe ogni propaggine della società. Serve urgentemente una rivoluzione culturale, un cambiamento radicale di paradigma che ci renda finalmente “normali”. Prima che sia troppo tardi…

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Bella gente

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27/09/2012 · 20:41

Fronte della cultura

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23/09/2012 · 14:36

Il crepuscolo degli dei (minori)

Khanacademy è un’invenzione sulfurea. Questa idea, semplice e dirompente, rischia di mettere in crisi definitivamente il paradigma tradizionale dell’insegnamento. Il messaggio è che non c’è differenza tra una lezione frontale e una registrata. Anzi, il vantaggio di questa rispetto a quella sta proprio nella maggiore interattività richiesta allo studente. Non solo prendere appunti, ma anche interrompere la riproduzione, far ripetere quei passaggi che risultano oscuri. Il tutto senza timori di passare per cretino, di fronte all’autorità o ai compagni di classe.

Aggiungendo un forum di discussione lo strumento diventa perfetto. Il docente può rispondere alle domande degli studenti, seduto comodamente a casa davanti alla tastiera del suo computer, o invitare i ragazzi più meritevoli a collaborare aiutando chi “resta indietro”. Una volta testato il modello con un certa garanzia statistica, si potrebbero anche astrarre dai vari commenti le cosiddette FAQ, e per queste integrare la spiegazione con appositi spezzoni.

Mancherà il rapporto umano, forse? Si avvertirà l’assenza fisica del prof. che con il suo sguardo carismatico, con il tono della voce, riesce ad illuminare gli intelletti dei giovani discenti? Verrà così delusa la comunione di spirito e lo studio condiviso? In realtà, la relazione in una didattica tradizionale è del tutto accessoria e pleonastica. Il rapporto è uno molti, e l’attenzione si consuma sempre nella solitudine della coscienza. Per quanto riguarda il carisma, lo considero il retaggio di un insegnamento impressionistico e datato. Un docente non può contare solo su questo. E in ogni caso, se ne ha da vendere, potrà farlo attraverso la scrittura.

Molto meglio sarebbe accettare la necessità di una trasformazione non più differibile. I contenuti fluttuano ovunque ma ciò che non può essere surrogato in alcun modo è la capacità di renderli significativi. E allora immagino una scuola dove il docente è un maestro di bottega, un uomo che sa soprattutto fare le cose. Al pomeriggio le lezioni registrate? Va bene, al mattino, in classe, ci sarà tempo per gli esercizi, i problemi, i progetti, l’apprendistato cognitivo. Un’utopia a misura d’uomo, per la quale vale la pena spendere un po’ di speranza…

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Pop – sofia: Schwazer tra etica, tecnica, e compassione

Il filosofo Aristotele distingue le azioni in base alla relazione che intercorre tra queste e il loro fine. Le azioni etiche hanno il fine in sé, mentre quelle tecniche fuori di sé. Etico quindi è colui che agisce in base ad un principio correlato all’agire, a prescindere dai risultati, tecnico invece chi piega i mezzi ai fini.

Il marciatore Alex Schwazer, decidendo di doparsi per vincere la medaglia d’oro alle olimpiadi si è macchiato di una condotta non etica. Perché ha subordinato il principio del marciare, o del partecipare alla gara, all’obiettivo possibile del primo posto. Per questo motivo il suo comportamento va punito, perché non si tratta solamente della scorrettezza compiuta nei confronti dei suoi avversari, ma soprattutto del venir meno di un principio che dovrebbe contenere le spinte potenzialmente incontrollabili e illimitate della tecnica. E poco importa se così fan tutti, per fortuna la morale non teme l’inflazione dei comportamenti.

Detto questo, il giudizio etico va disgiunto dalla compassione che possiamo e dobbiamo nutrire nei confronti di ciascun essere umano che cade in errore. Scomporre nettamente il bene dal male diventa così la condizione necessaria che permette l’esercizio della misericordia.

Quando Gesù sfidò la folla a scagliare la prima pietra se senza peccato, non voleva celebrare il trionfo dell’indulgenza ma quello della pietà. Sentimento possibile nel cuore se nella mente è già presente l’invito all’etica (va e non peccare mai più…). Alex Schwazer ha mancato ai suoi doveri, e proprio riconoscendo ciò possiamo entrare nei panni del giovane atleta, dell’uomo in difficoltà per le pressioni intollerabili, e quindi perdonarlo.

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