Responsabilità e scelta

Politica ed economia sono divenute globali e fortemente interconnesse e appare sempre più difficile prevederne le evoluzioni. Miliardi di esseri viventi, enti ed organizzazioni interagiscono quotidianamente trasformando costantemente lo stato delle cose, senza che nessuno se ne possa attribuire il merito esclusivo. Nell’era della connessione i progetti a tavolino, le grandi pianificazioni e le utopie razionali stanno perdendo validità e significato. Tutto ciò che accade è frutto di infinite interazioni, molteplici concause e condizionamenti reciproci.

Di fronte a questa situazione vedo un forte pericolo: l’emergere della cultura dell’irresponsabilità, dell’impotenza del singolo e dell’autoassoluzione personale. Se il sistema non può essere previsto, pianificato e controllato perché tutto influenza tutto, allora ogni entità (individuo, organizzazione, governo) può vedersi come ininfluente, attore passivo di un gioco più grande di lui.

Questo atteggiamento di passiva rinuncia, oltre che pericoloso, è profondamente sbagliato. La complessità non porta all’impotenza e quindi all’irresponsabilità. Per il fatto stesso di assistere al verificarsi di un evento, si è (più o meno intensamente) coinvolti in esso. Nessuno ha quindi il diritto di tirarsi fuori da ciò che accade, di sentirsi ininfluente. Quando sentiamo persone, organizzazioni e governi che dicono “non dipende da me”, dimenticano di aggiungere alla loro affermazione un termine importantissimo: “interamente”. Ognuno di noi infatti, contribuisce al tutto,  oggi molto più di ieri.

via Alessandro Cravera

Misurare la complessità implica uno sforzo importante. Non necessariamente in termini di strategia o pianificazione delle azioni, ma come impegno e riflessione. Più i problemi sfuggono ad un orizzonte di senso deterministico e più la scelta assume un rilievo maggiore. Una scelta quasi di tipo esistenzialistico: partecipata, sofferta (perché scegliere implica sempre un rinunciare), e anche (perché no?) paradossale. Ecco, non  ci si può orientare in un mondo liquido attraverso un pensiero evanescente, che rinuncia a porre dei punti di riferimento
. I modelli non sono tramontati. E si sente sempre di più il bisogno di una morale della responsabilità, che superi sia l’astrattezza delle intenzioni che la cecità di un agire legato all’utile di corto respiro.

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