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Profilo Scilipoti

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Di fronte a certi spettacoli, mi mancano terribilmente quei politici della prima repubblica che riuscivano a non perdere, anche nelle occasioni più difficili, un contegno degno delle istituzioni che essi rappresentavano.

Erano diafani come ombre dell’aldilà, parlavano un idioma ai più sconosciuto, che necessitava di una abilità linguistica superiore per essere tradotto. Costruivano sistemi di idee che si reggevano sull’impalcatura di una logica ossimorica e meravigliosa (le convergenze parallele!). Erano corrotti, ma sentivano il dovere (anche pedagogico) di tenere alto il livello del dibattito.

Questa passione dialettica oggi è stata ammazzata dall’infausta idea che il politico sia un uomo come gli altri e non un esempio di comportamento. Alla faccia della cultura del merito, si può fare politica, e la si fa meglio, beandosi della propria mediocrità. In altre parole, al profilo istituzionale oggi si è sostituito il profilo Scilipoti, l’ultima frontiera del berlusconismo e della moda dei reality show.

Esso consiste nel surrogare le logiche paradossali con una retorica alla supercazzola, per disorientare l’interlocutore e per evitare a tutti i costi la coerenza. Il profilo Scilipoti prevede inoltre il richiamo obbligatorio ai valori cardine su cui poggia la nostra società (dio, patria, e famiglia), un attacco al moralismo strisciante e imperante, un elogio della libertà, e una parola buona per tutti.

Certo, la concorrenza è spietata e a volte sleale. Altri provano ad imporre sulla scena mediatica il loro stile (Santanchè, Stracquadanio, La Russa, Gasparri etc), ma a mio modesto avviso Scilipoti resta inarrivabile, in quanto autenticamente legato ad un’idea estetica della comunicazione, ad una passione verace: sfogare un fanciullesco desiderio di prenderci tutti per il …

Di seguito un esempio eccezionale del profilo Scilipoti. Ascoltate dal minuto 8.30 sino a 13.00 c.ca.

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Il cattocomunista

Al comizio per la chiusura della campagna elettorale di Virginio Merola, le parole di Romano Prodi sono una sintesi sublime di dottrina sociale della chiesa e marxismo: “Il sindaco è il mestiere più bello ma anche il più difficile di tutti. Il sindaco nei giorni feriali deve stare legato al pezzo come un metalmeccanico e nei giorni festivi deve stare vicino ai cittadini, e celebrare la società come un parroco.” Chapeau!

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Assunzioni sì, assunzioni no

L’annuncio è stato perentorio e reboante: 60.000 immissioni in ruolo in tre anni. Mica male, mi sono detto, il governo Prodi ne aveva promesse 150.000 ma è pur sempre un inizio.

Oggi però scopro leggendo Il Fatto Quotidiano che queste immissioni sono subordinate alle esigenze di bilancio, e che quindi decide Tremonti e non la Gelmini. Il che vuol dire che si tratta soltanto di un impegno non vincolante.

Ma c’è di peggio. Il Decreto Sviluppo affossa anche le speranze di quei docenti che hanno fatto ricorso chiedendo la trasformazione degli ultimi tre contratti, da tempo determinato a indeterminato, e la conseguente ricostruzione di carriera. Una partita questa che se vinta dai precari avrebbe davvero fatto saltare le casse del Ministero.

Ecco i commi inerenti a quanto detto.

Comma 17. è definito un piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato, di personale docente, educativo ed ATA, per gli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti e disponibili in ciascun anno, delle relative cessazioni del predetto personale e degli effetti del processo di riforma previsto dall’articolo 64 della legge 6 agosto 2008, n. 133; il piano può prevedere la retrodatazione giuridica dall’anno scolastico 2010 – 2011 di quota parte delle assunzioni di personale docente e ATA sulla base dei posti vacanti e disponibili relativi al medesimo anno scolastico 2010 – 2011, fermo restando il rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di finanza pubblica.

Comma 18. All’articolo 10 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, dopo il comma 4 e’ aggiunto il seguente: “4-bis. Stante quanto stabilito dalle disposizioni di cui alla legge 3 maggio 1999, n. 124, sono altresì esclusi dall’applicazione del presente decreto i contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze del personale docente ed ATA, considerata la necessita’ di garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo anche in caso di assenza temporanea del personale docente ed ATA con rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed anche determinato. In ogni caso non si applica l’articolo 5, comma 4-bis, del presente decreto.

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Dante nel panino

La differenza tra un taglio indiscriminato della spesa pubblica e il tentativo di impostare un progetto di lungo periodo. Tremonti sostiene che Dante non dà da mangiare? Obama non gli crede: “non taglierò i fondi all’istruzione, in questo settore al contrario i mezzi devono aumentare. Nella scuola e nell’università la spesa è un investimento nel nostro futuro.” E così decide di aumentare gli stanziamenti per l’istruzione del 21% calando contestualmente quelli per il commercio del 34%.

Leggi l’articolo di Federico Rampini

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Dilettanti allo sbaraglio

Ieri sono andato a letto tardi, ho girato per Milano mi sono fermato in una libreria e ho trovato un libro di Emanuele Kant, il filosofo che Umberto Eco legge senza capirlo. Nel libro “Scritti politici” Kant scrive: “Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto”. Questa è l’essenza del liberalismo che i puritani e i moraleggianti robespierristi giacobini non hanno mai capito, per questo hanno tagliato tante teste e realizzato un mondo di terrore. [Quindi citando l’introduzione al testo di Gioele Solari]
 “Particolarmente severo si dimostra Kant contro il dispotismo etico. Lo Stato che vuole attuare con mezzi coattivi la felicità individuale o la morale collettiva non raggiunge lo scopo e diventa oppressore.” E’ chiaro, professor Eco? E’ chiaro che lei Kant lo legge fino a tarda notte ma non lo capisce?

(Giuliano Ferrara)

Giuliano Ferrara ha aperto con queste parole la manifestazione dei “mutandari” al teatro Dal Verme di Milano. Sono parole che denotano una colpevole sciatteria culturale, e che lo qualificano come un dilettante allo sbaraglio. Vediamo nello specifico perché.

Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto com’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto

Ferrara si dimentica di aggiungere (più probabilmente non lo sa) che per Kant la morale è possibile proprio in virtù di questa imperfezione. Se l’uomo fosse volontà pura, se la volontà coincidesse con i principi della ragione, allora egli vivrebbe in una condizione di santità felice ma immeritevole. D’altro canto, se l’uomo non fosse libero sarebbe dominato dai suoi impulsi egoistici, e quindi non sarebbe responsabile delle proprie azioni (non imputabile di fronte al tribunale della ragione). Insomma, la moralità è uno sforzo, un tirarsi fuori dalla natura animale attraverso una coercizione della ragione. Al contrario è immorale il crogiolarsi nei propri vizi, presentandoli come virtù, o affermare edonisticamente la felicità individuale come il metro di ogni azione.

E ancora. Sempre secondo Kant, la morale si codifica in alcune massime di carattere universale che elevano a legge l’esigenza di una legge. Queste formule, che ordinano un devi assoluto, un imperativo categorico, sono conosciute da tutti gli studenti liceali. Una di esse recita emblematicamente così:

Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.

(Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, cit.)

Il che vuol dire niente niente bunga bunga, niente assegnazioni di cariche pubbliche per favori sessuali, niente telefonate in questura alle due di mattina per far liberare una amichetta che potrebbe sputtanarti; niente di tutto ciò, ok? Se Ferrara volesse davvero rendere omaggio al filosofo di Königsberg dovrebbe andare dal presidente del consiglio, e invitarlo prima di tutto a sottoporsi al tribunale della ragione e poi ai magistrati che lo devono processare. Sarebbe una buona idea e un’azione splendidamente morale. Coraggio!


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