La decadenza

Euronics

La foto mostra l’inaugurazione di un negozio di elettrodomestici e articoli tecnologici. Mi hanno detto (amici informatissimi) che la calca era dovuta alla vendita di alcuni magnifici televisori a prezzi stracciati; manco fossero rivoluzionari che assaltano i forni, penso io. È evidente che qualcosa non va se il Popolo è diventato solamente un’informe massa di consumatori. Quali diritti potrai mai rivendicare se il tuo orizzonte di senso è il centro commerciale, se l’ultima cosa che hai letto è il manuale di istruzioni del tuo telefonino? Sì, dico a te in mezzo al carnaio che hai benedetto questa meravigliosa giornata di sole con il rito pagano dell’acquisto compulsivo. Che sei pronto a santificare il Natale strisciando ancora una volta la tua già consumata carta di credito. Dove vai, chi sei… ti sfiora il pensiero della morte? Ah, beata innocenza. Pentiti finché sei in tempo! Come insegnante, il commento è amaro e cinico: se questi sono i genitori, tutti i figli sono in gran parte scusati. Come cittadino, che altro aggiungere. Lui alla fine è decaduto ma la decadenza del Paese, che si mostra anche in questi piccoli e apparentemente insignificanti dettagli quotidiani, è molto lontana dall’essere un triste ricordo di cui vergognarsi.

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La sesta via

La sesta prova empirica dell’esistenza di Dio, dopo le cinque di Tommaso, sono Le Nozze di Figaro di Mozart. Non c’è esperienza estetica più vicina all’assoluto di questo incastro armonico – melodico misterioso e sublime. Chiamatela consolazione, se volete, un bucaneve in mezzo al gelo dell’inverno. È pur sempre qualcosa in cui riporre le proprie speranze.

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La rana bollita


– Ciao, io vado.
– Ma dove vai?
– Non lo so, vado…
– Ma perché?
– Mi aspettano…
– Chi?
– Lo saprò quando sarò arrivato.
– Parliamone un po’ insieme almeno, perché così proprio non riesco a capire. È successo qualcosa?
– Niente di particolare.
– E allora perché parti?
– Sai, io sento che devo arrivare. Non so bene dove, ma devo arrivare da qualche parte. E quel luogo non è qui.
– Qui non ti piace?
– No, qui si respira un’aria che puzza.
– Stai scappando dal fetore…
– Sì, scappo dal fetore.
– Ma dai, fetore. Se dici così mi offendi. Ho delle narici anch’io e non ho tutta questa puzza sotto il naso.
– Non offenderti.
– Facevo per dire. È che mi dispiace vederti così afflitto, quasi disperato. Te ne stai in disparte, senza dire una parola quando si potrebbero fare tante cose divertenti. Non è tutto da buttare.
– Non riesco a vedere il bicchiere mezzo pieno. Penso soprattutto al vuoto che mi asseta, alle energie che svaniscono, a me bambino mentre immagino un futuro diverso.
– Ma come sei patetico.
– Mi sto dando delle arie?
– Sì, molto! Dovresti cercare di fare più ginnastica.
– Mi piace correre…
– Non ginnastica col corpo, ma con la mente. Devi irrobustirti, farti forte. C’è la guerra ragazzo mio, non sono tempi buoni per i sentimentalismi. Sai cosa diceva Croce? Fino a diciott’anni tutti scrivono poesie. Dopo restano solamente due categorie di persone: i poeti e i cretini.
– Precauzionalmente non scrivo poesie.
– Hai capito cosa voglio dire?
– Forse sì. Che le mie speranze e i miei sogni sono solamente dei capricci.
– Non dei capricci. Cerchiamo le parole giuste. Ecco, direi piuttosto debolezze. Di quelle legate ad una complessione sentimentale.
– Complessione sentimentale…
– Una struttura languida. Con buone potenzialità che però restano inespresse.
– Inespresse perché non faccio ginnastica.
– Bravo! Vedi che cominci a capire?
– A dire il vero non tanto.
– Vedi ragazzo, un po’ alla volta ci si abitua a tutto. È nella natura umana essere flessibili, adattabili, pronti a sopportare il peso delle difficoltà. E non sto parlando di certe grigie esistenze borghesi, del tipo: nacque, visse, e morì. Ma di una dignitosa presa di posizione. Di quel vecchio e caro esercizio di buon senso che distingue l’uomo dall’adolescente.
– Pensi che mi manchi il buon senso?
– Non ho detto questo.
– Però lo pensi…
– Sì, lo penso. Credo che le tue siano pretese esagerate e che dovresti cercare prima di tutto di ridimensionarle. So che non è facile, non lo è nemmeno per me credimi, ma cosa possiamo farci? È andata così.
– Cosa possiamo farci… ci si abitua a tutto…
– Hai presente la storia della rana? Se prendi una rana e la butti in una pentola d’acqua bollente, questa appena sente il calore salta fuori. Ma se la adagi tranquillamente nell’acqua ancora fredda e poi accendi il fuoco si farà lessare senza nemmeno accorgersene.
– Vorresti bollirmi come una rana?
– Non dico questo. Dico solo che il disagio è relativo. È dato dal contrasto. Ciò che può apparirci terribile se visto nella sua totalità, tutto insieme, un passo alla volta, un pezzo dopo l’altro, diventa invece tollerabile. E tutto si aggiusta.
– Sì, ma la rana alla fine muore.
– Questo non è sostanziale. Allora, se è per questo, tutti noi moriremo prima o poi. La morte è un fatto tra gli altri, non darei troppo importanza alla cosa.
– Volevo dire che la rana non muore di vecchiaia ma perché viene cucinata. E poi la morte non è un fatto tra gli altri, come dici tu. È l’evento che illumina retrospettivamente ciò che c’è stato prima. Se la morte è un nulla, allora lo è anche tutta la vita e così la differenza tra rimanere e partire non esiste. Ma a questa idea ancora non mi sono piegato, ed è anche per questo che voglio andarmene.
– Vorrei che riuscissimo a parlare di equilibrio, piuttosto che di verità. Quanto è equilibrato ciò che vorresti fare? Non ha senso… Piuttosto pensa a costruirti un’alternativa. Rimanda la partenza e usa il tempo libero che hai a disposizione per progettare un’opzione diversa. Così mi sembra solo un salto nel buio, un cupio dissolvi.
– Lo è, ma legittimamente. È il desiderio di far morire una parte di me, questa.
– Ci sarebbe anche una terza via, tra partire e rimanere. Stare, coltivando comunque il tuo cammino. Un cammino che arricchisca l’immaginazione.
– Come il cretino di Croce. No, io sono già stato, e ogni giorno ho pensato a questo istante in cui ci saremmo salutati. L’ora è venuta, mi dispiace…
– Ma non mi hai ancora detto dove andrai…
– So solo che non voglio più restare. Prima di sera sarò già molto lontano da qui.
– Ma aspetta, parliamone ancora. La forza è flessibile, come una canna al vento. Ti ricordi lo Zen? Finirai col romperti le ossa!
– È vero, ma non ci si può abituare a tutto. Viene il giorno in cui bisogna dire basta. Se mi spezzerò, avrò comunque testimoniato il mio desiderio. Spero che questo mi consoli a sufficienza…
– Va bene. Allora, buon viaggio. La tua tracotanza ti sarà rovinosa, ricordalo. L’edera lontano dal muro è destinata a seccare…
– Me lo ricorderò quando i morsi della fame si faranno lancinanti e la morte mi comparirà smunta e pallida in mezzo al bosco. Penserò che partire era il mio destino. E che né tu né io potevamo farci niente…

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Il Complesso di Telemaco

Il Complesso di Telemaco

Che il narcisismo sia la malattia mortale di questi anni tristi e fiacchi è una verità difficile da contestare (o almeno così mi pare). Esso si rivela nel godimento compulsivo, usato impropriamente come terapia fai da te con cui anestetizzare paure insanabili, ma anche nell’individualismo venefico, refrattario al rispetto delle più semplici norme sociali. Ancora una volta, a costo di apparire irrimediabilmente di parte, dirò che la causa di questo male è lì, nel capitalismo. O meglio in una sua involuzione post – ideologica, in cui finanza e guadagno facile sono diventati i succedanei dell’operosità che, come ricordava Hegel, modella la coscienza verso una consapevolezza nuova e più profonda.

Aggiungo però, a mia parziale riabilitazione, che da sinistra poco o nulla è stato fatto per arginare il problema. Anzi, mi persuade sempre più l’idea che la rivoluzione sessantottina, con la sua critica ai valori borghesi, abbia finito col favorire un evidente culto del soggetto a scapito della cura comunitaria e della solidarietà umana. Si è fatta radical – chic, si è imborghesita essa stessa con l’aggravante non piccola di una fastidiosa ipocrisia che presta il fianco ai disgusti dei detrattori.

È una vera e propria manovra a tenaglia, che ha prodotto una positiva emancipazione degli agenti sociali ma anche, a poco a poco, una bulimia piena di imprevisti e rovinosi effetti collaterali. Un po’ come accade per alcuni farmaci, che se consumati in eccesso provocano una sorta di effetto paradosso, l’esperienza di un’autonomia assoluta ha finito col generare una nuova serie di vincoli, meno eclatanti di quelli tradizionali ma forse ancora più limitanti.

Insegna Kierkegaard che c’è un disagio da difetto di possibilità ma che ve n’è anche uno opposto, che nasce nello scenario desolato del tutto è possibile. Chi ha conosciuto l’horror vacui, anche solo per un istante, cerca di evitare la vertigine abominevole aggrappandosi a modelli irraggiungibili di forza e conquista. Lo spazio desacralizzato dalla rottura dei comandamenti sociali diventa un campo aperto in cui gli uomini si incontrano misurandosi solo in termini di volontà di potenza. In pratica, una sorta di legge di natura applicata ai rapporti umani, dove il più forte si impone, la libertà di fare tutto si tramuta necessariamente in libertà di fare niente, e l’angoscia diventa la tonalità emotiva che caratterizza uno stato di precarietà permanente.

Ora, il tema qui presentato succintamente dal sottoscritto, viene articolato e declinato con maggiore ampiezza e proprietà nel Complesso di Telemaco, a partire da un punto di vista psicoanalitico di matrice lacaniana. Massimo Recalcati ci spiega che anomia, egoismo, onnipotenza, debolezze di cui tutti più o meno oggi siamo vittime, hanno un’unica radice comune che ha a che fare con il tramonto della figura del padre. Un archetipo che viene letto e riscoperto dall’autore senza nostalgie autoritarie, ma con l’intento di rispondere ad una domanda di senso sempre più urgente. Una domanda che riempie l’assenza delle prescrizioni, e che solo in quel nulla esistenziale può essere formulata.

La difesa del valore della norma, quindi, non deve essere interpretata per forza in funzione di un nuovo moralismo dogmatico. Il problema è più sottile e non è di certo decifrabile attraverso una semplificazione ideologica. Qui si parla di misura, di forma, e conseguentemente della possibilità di progettare la propria vita. Perché, ci avverte Recalcati, l’entrata nel regno della libertà è anche l’inizio del disorientamento che devitalizza il desiderio; nel senso che un appetito non smussato dall’obbedienza diventa brama inappagabile. E senza un limite simbolico, la necessità delle cose la chiamerebbero i greci, gli orfani incestuosi si espongono al pericolo di una tracotanza sempre punita tragicamente.

Nemmeno le morti della vergogna e del senso del pudore possono essere salutate con la leggerezza del sogno che si realizza. L’uomo senza colpa, che non conosce tentennamenti, sempre pronto all’azione e nemico della riflessione, è il prodotto disanimato di un profondo paranoide. L’incapacità di porre un limite al proprio desiderio di onnipotenza si abbatte sugli altri con la ferocia del delirio. Il fallimento assume i contorni multiformi della sfortuna, del destino tragico o, per quanto riguarda la cronaca, dei giudici comunisti e dell’Europa cattiva assoggettata ai capricci e alla perfidia di una “culona inchiavabile”.

Un vero e proprio disturbo del sé, grandioso nella sua pochezza, che non può essere sottostimato solo perché è fenomeno di massa. Anzi, la natura epidemica (nel caso italiano sarebbe più opportuno parlare di pandemia, visto che certi tratti del comportamento sembrano connaturati allo spirito nazionale da sempre) rende il problema strutturale e non facilmente risolvibile. Sino a quando non cambieranno le condizioni che hanno permesso questa vera e propria aberrazione, saremo condannati ad uno sguardo senza orizzonte: la vita che si consuma nell’istante sempre uguale a se stesso, la frenesia del fare senza un’idea guida, l’impossibilità di scegliere un mondo diverso. Come mosche intrappolate in una bottiglia.

Essere Telemaco è caricarsi sulle spalle il peso della contraddittorietà. Amare la verità prima di tutto, poiché unicamente nella verità può prendere corpo la nostra salvezza. Secondo Recalcati, Telemaco è il vero erede, colui che sulla spiaggia di Itaca, mentre scruta l’orizzonte, con il ritorno del padre attende anche la fine dell’orgia dei proci. Solo Ulisse può porre fine a quell’ingiustizia e fare del caos un cosmo, un ordine morale. A differenza di Edipo, Telemaco non nutre odio nei confronti del genitore, poiché la sua condizione di orfano sin dalla nascita l’ha preservato dalla violenza muta di un’educazione che genera rancore. Per questo motivo, egli non è nemmeno animato dallo spirito intransigente del rivoluzionario. Non è l’anti – Edipo, la macchina desiderante di cui parlano Deleuze e Guattari, e gli è aliena pure l’indifferenza di Narciso che non riconosce le storture del mondo e che si misura solamente con il proprio godimento.

Telemaco testimonia la possibilità del desiderio, che si costruisce nel riconoscimento di una provenienza ma che in quella consapevolezza non si esaurisce. Il suo grido perduto nella notte necessita di una risposta che è prima di tutto etica; nel modo in cui solo si può intendere autenticamente questa espressione, che allude essenzialmente ad una libertà intimamente e indissolubilmente connessa alle proprie responsabilità. Egli raccoglie il testimone del padre per realizzare il suo cammino. È il vero erede perché tradisce la tradizione, nel senso di una vivificazione che non si cura dell’abito ma della sostanza che questo protegge.

Dobbiamo salvare Telemaco, con la forza delle parole che risuonano come un impegno: “sì, sono qui per te!”. La saggezza di questo ragazzo è profonda e la sua speranza nutrirà nuovamente le ali rattrappite dei nostri ideali. Dobbiamo salvare Telemaco perché solo attraverso il riconoscimento della vacuità di ogni egoismo, potremo anche noi ritrovare il nostro posto nel mondo.

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L’estensione del dominio della lotta

Estensione del dominio della lotta

Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali. Ugualmente, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali. Sul piano economico, Raphaël Tisserand appartiene al clan dei vincitori; sul piano sessuale, a quello dei vinti. Certi guadagnano su entrambi i tavoli; altri, su entrambi perdono. Le imprese si contendono certi giovani diplomati; le donne si contendono certi giovani; gli uomini si contendono certe giovani; il problema e l’agitazione sono considerevoli.

Michel Houellebecq è un intellettuale fuori dalle righe, che gode a picchiare duro contro il farisaismo dei difensori del moderno a tutti i costi. Consideriamolo pure un conservatore, ma questo non significa che in lui sia assente un animo pugnacemente progressista. Infatti, il progresso è genuino solamente quando tutela ciò che serve alla costruzione di un futuro migliore e distrugge, nello stesso tempo, gli idoli vuoti della venerazione acritica. La falsa coscienza per Houellebecq è il ’68. Nonostante i propositi solidaristici e gli impegni presi, esso ha finito col produrre una civiltà dell’individuo, che ha combattuto la tradizione ma che nello stesso tempo ha generalizzato il rifiuto per le norme. Liberatisi dall’ingombrante presenza degli avi, i nuovi attori sociali hanno conosciuto una poderosa esperienza narcisistica, smisurata e terribile. La tracotanza, che è il peccato dell’orgoglio contro la legge, ha preso la strada di una rivoluzione sessuale che invece di sancire la fine di ogni conflitto tra i generi ha prodotto l’atomizzazione e l’alienazione dei soggetti amorosi. Così, quasi per contrappasso, una cultura anticapitalistica ha finito con il favorire la mercificazione dei corpi.

L’estensione del dominio della lotta non è altro che questo: l’applicazione della legge della giungla alle relazioni erotiche. Gli uomini “comprano” e le donne “seducono”, misurando se stessi con la forza che deriva dal potere. Tramontata la realtà di una vita di coppia che si determina come forma specifica di un modello universale, cioè la famiglia come spazio della vita etica e come luogo in cui l’individuo si fa genere, marito o moglie, compagno o compagna, restano soltanto l’ipocrisia romantica, con il suo belletto angelico, e peggio ancora l’indifferenza e il nichilismo dei corpi, che si scontrano nell’abisso di una solitudine esistenziale che nessun parossismo orgasmico potrà mai colmare.

Dalle pagine di questo romanzo si apre davanti a noi il desolante paesaggio di un’umanità dolente gettata nell’agone sregolato della sessualità. La disinibizione, tanto bramata, non si trasforma necessariamente in libertà, poiché questo eccesso di possibilità, invece di garantire la piena soddisfazione di un progetto di vita, alimenta soltanto la ferocia della caccia. Houellebecq sembra avvertirci che vi è relazione, in-contro, solo al di fuori della misurazione oggettivante della competizione. L’effimera consistenza delle pulsioni – passioni non mette in comunicazione gli individui, i quali l’uno rispetto all’altro rimangono solamente cose. Essi condividono un conflitto non una fusione, una lotta di sopraffazione reciproca. Un combattimento di strada senza regole.

Il protagonista di questo romanzo, che ricorda per affinità sentimentale il Meursault di Camus, o il Roquentin di Sartre, vive oltre il limite del disagio psichiatrico. Potremmo essere tentati di considerarlo un perdente, un malato, e in fondo lo è davvero. Ma lo sguardo del morboso diventa anche un punto di osservazione privilegiato per capire i meccanismi dell’animalità umana. Possiamo così chiederci se esista qualcosa che meriti davvero di essere chiamato amore. Forse una declinazione amicale di questo sentimento; per dirla con Roland Barth, ciò che rende atopos l’altro, non misurabile, non confrontabile, irriducibile ad ogni quantità. Una coppia anziana che ha spartito con pazienza e tolleranza le tribolazioni di un cammino (dall’odore di scorreggia sotto le lenzuola, alle malattie, alle trasformazioni del corpo che si disfà) ha forse annusato l’odore rassicurante di questa speranza. Ma tutto il resto è lotta, natura matrigna, o volontà di potenza. Effimera affermazione di un soggetto disperato che mai e poi mai riuscirà a bastare a se stesso.

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