La differenza tra un taglio indiscriminato della spesa pubblica e il tentativo di impostare un progetto di lungo periodo. Tremonti sostiene che Dante non dà da mangiare? Obama non gli crede: “non taglierò i fondi all’istruzione, in questo settore al contrario i mezzi devono aumentare. Nella scuola e nell’università la spesa è un investimento nel nostro futuro.” E così decide di aumentare gli stanziamenti per l’istruzione del 21% calando contestualmente quelli per il commercio del 34%.
Dilettanti allo sbaraglio
Ieri sono andato a letto tardi, ho girato per Milano mi sono fermato in una libreria e ho trovato un libro di Emanuele Kant, il filosofo che Umberto Eco legge senza capirlo. Nel libro “Scritti politici” Kant scrive: “Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto come’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto”. Questa è l’essenza del liberalismo che i puritani e i moraleggianti robespierristi giacobini non hanno mai capito, per questo hanno tagliato tante teste e realizzato un mondo di terrore. [Quindi citando l’introduzione al testo di Gioele Solari] “Particolarmente severo si dimostra Kant contro il dispotismo etico. Lo Stato che vuole attuare con mezzi coattivi la felicità individuale o la morale collettiva non raggiunge lo scopo e diventa oppressore.” E’ chiaro, professor Eco? E’ chiaro che lei Kant lo legge fino a tarda notte ma non lo capisce?
(Giuliano Ferrara)
Giuliano Ferrara ha aperto con queste parole la manifestazione dei “mutandari” al teatro Dal Verme di Milano. Sono parole che denotano una colpevole sciatteria culturale, e che lo qualificano come un dilettante allo sbaraglio. Vediamo nello specifico perché.
Il capo supremo deve essere giusto per se stesso e tuttavia essere un uomo. Da un legno storto com’è quello di cui l’uomo è fatto non può uscire nulla di interamente diritto
Ferrara si dimentica di aggiungere (più probabilmente non lo sa) che per Kant la morale è possibile proprio in virtù di questa imperfezione. Se l’uomo fosse volontà pura, se la volontà coincidesse con i principi della ragione, allora egli vivrebbe in una condizione di santità felice ma immeritevole. D’altro canto, se l’uomo non fosse libero sarebbe dominato dai suoi impulsi egoistici, e quindi non sarebbe responsabile delle proprie azioni (non imputabile di fronte al tribunale della ragione). Insomma, la moralità è uno sforzo, un tirarsi fuori dalla natura animale attraverso una coercizione della ragione. Al contrario è immorale il crogiolarsi nei propri vizi, presentandoli come virtù, o affermare edonisticamente la felicità individuale come il metro di ogni azione.
E ancora. Sempre secondo Kant, la morale si codifica in alcune massime di carattere universale che elevano a legge l’esigenza di una legge. Queste formule, che ordinano un devi assoluto, un imperativo categorico, sono conosciute da tutti gli studenti liceali. Una di esse recita emblematicamente così:
Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo.
(Immanuel Kant, Fondazione della metafisica dei costumi, cit.)
Il che vuol dire niente niente bunga bunga, niente assegnazioni di cariche pubbliche per favori sessuali, niente telefonate in questura alle due di mattina per far liberare una amichetta che potrebbe sputtanarti; niente di tutto ciò, ok? Se Ferrara volesse davvero rendere omaggio al filosofo di Königsberg dovrebbe andare dal presidente del consiglio, e invitarlo prima di tutto a sottoporsi al tribunale della ragione e poi ai magistrati che lo devono processare. Sarebbe una buona idea e un’azione splendidamente morale. Coraggio!
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Tertium non datur
E’ chiaro che degli ideologi probi e fortemente convinti del loro progetto di portare la felicità nel mondo sono immuni da questi pericoli. Doppiamente immuni addirittura. Da un lato, infatti, intuiscono facilmente che ogni concessione dell’avversario è in realtà una trappola, oppure un segno di debolezza che va immediatamente sfruttato per rafforzare la propria posizione di potere. […] Dall’altro canto accettare un gioco “a somma diversa da zero” sarebbe un tradimento della santa ideologia per un ignobile piatto di lenticchie.
(Paul Watzlawick, Di bene in peggio)
Secondo la teoria dei giochi, un gioco a somma zero prevede che la somma tra le vittorie di alcuni e le sconfitte di altri sia sempre bilanciata. Questo sistema di idee dà luogo ad una forma di pensiero piuttosto rigida, ma anche assai diffusa. Per esempio: l’avaro pensa che ogni prestito sia necessariamente un perdita, l’invidioso non può tollerare il successo delle persone che gli stanno intorno, e il superbo considera ogni critica una sorta di attentato al valore della propria persona. Da qui al manicheismo il passo è più breve di quanto ci si possa attendere.
Di seguito una traccia del processo ad Adolf Eichmann, uno dei più efferati gerarchi nazisti e nello stesso tempo, come ricorda Hannah Ardendt, un uomo banale e grigio, come il male che ha incarnato.
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Da Prometeo ai trafficoni
C’è una tendenza nel paese, un pensiero diffuso che si manifesta negli apparentemente insignificanti episodi che caratterizzano la quotidianità: si tratta di una aperta e violentissima lotta contro il moralismo. Chiariamo subito un potenziale equivoco: il tipo dell’anti – moralista non va assolutamente confuso con certe figure epiche e demoniache di immoralisti che hanno fatto la fortuna di tanta letteratura. Penso al Don Giovanni di Molière, immortalato dalla musica di Mozart, al Kirillov dei Demòni di Dostoevskij, al Sisifo felice raccontato da Camus, e a tutta quella collezione di personaggi che incarnano la rivolta contro un ordine costituito, sia esso di natura sociale o metafisica.
L’anti – moralista è piuttosto un uomo che sa fare le cose. E che ha imparato, proprio grazie a questa sua dote, a diffidare delle vane astrazioni. Egli si indigna di sovente, soprattutto di fronte a certi desideri di solidarietà e giustizia che alcuni interlocutori gli esprimono senza riserve. Con l’equità d’animo dell’eremita, predica giudizio, buon senso, decanta la libertà di coscienza che dovrebbe contraddistinguere una persona perbene. Pratica l’amor fati con una seraficità sorprendente; e trasuda saggezza e disposizione d’animo verso la vita nella sua interezza, soprattutto nei confronti di quelle contraddizioni che agli innocenti destano un’immediata avversione. In altre parole, l’anti – moralista getta sulla società il suo disincanto e da essa è ripagato, esistenzialmente e materialmente, con una silenziosa benedizione.
Questa felice santità, però, è in realtà una truffa. Dietro la millantata grandezza d’animo, infatti, non v’è altro che la difesa anarchica dell’individuo. L’anti – moralista è solo per se stesso, sciolto da ogni vincolo di relazione, legislatore capriccioso del proprio destino. Vorrebbe essere eroico come Prometeo, ma in un’epoca di passioni tristi senza ambizioni rivoluzionarie si accontenta di possedere la scaltrezza del trafficone. Dello spirito titanico rimane solamente l’arroganza che, orfana della ribellione, si accontenta di chiamare la furbizia accortezza, l’astuzia perspicacia, e il vizio virtù.
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