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Buon Natale!

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Funerali (residuo di memoria n.3)

Tutto questo parlare di funerali mi ha ricordato un libro di Zavattini che leggevo da ragazzo, quando facevo il liceo, a Parma. Dentro c’erano scritte alcune poesie in dialetto, e una faceva così:

O vést an funeral acsé puvrét
c’an ghéra gnanc’al mort
dentr’in dla casa.
La gent adré i sigava.
A sigava anca mé, senza savé al parché
in mes a la fümana.

Era stato un mio professore a consigliarmi quel libro, e adesso che ci penso quel professore veniva da Novellara, che non è poi tanto lontana da Santa Vittoria. Lui diceva che Santa Vittoria era il buco del culo del mondo, diceva proprio così: il buco del culo del mondo! E che tutte le volte che ci passava, per venire a scuola, aveva paura di sprofondare, e di perdersi per sempre, con la macchina e tutto il resto. C’è della follia nella bassa, che contagia le persone. Una forza metafisica che promana dalla terra, in un luogo che non è solo uno spazio geografico ma soprattutto una determinazione dell’anima. Il surrealismo degli argini di bonifica e dei paesini affogati in mezzo ai campi di granoturco non sono cose per tutti. Per accedere a questo mondo parallelo servono ostinazione e visionarietà; ma soprattutto la capacità di saper credere in un mondo diverso.

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Avvistato il fojonco a Trento

Avvistato il Fojonco a Trento.
E’ la sera del 29 luglio 2013, I Violini di Santa Vittoria iniziano a suonare a Trento nel giardino di Santa Chiara. Fa un freddo cane, ma sotto il tendone che ripara dal vento e dalla pioggia c’è molta gente. Mano a mano che Orfeo Bossini presenta i brani l’atmosfera acquista calore ed i musicisti sono una delizia per l’orecchio e simpatici alla vista. Così apprendiamo della tradizione dei 100 violini e della famiglia Bagnoli, la storia dei braccianti musicisti e molte altre belle cose raccontate con garbo e magistralmente musicate. Il pubblico tamburella con le dita sulle sedie, con le scarpe umide batte il tempo. Il freddo non si sente più. Al brano di Davide Bizzarri, Il Tango del Fojonco, l’aria si profuma di mosto. Il mitico uccello aleggia nei pensiesi degli astanti. Dice Orfeo Bossini: “provate a lasciare una ciotola di Lambrusco o di Teroldego, che qui si produce, fuori dell’uscio e vedrete che domani sarà vuoto. Segno inequivocabile del passaggio del Fojonco”. Mentre suonano sembra che dalla custodia del contrabbasso qualcuno o qualcosa accompagni battendo a tempo di Tango. C’è chi giura di aver visto volare qualche piuma. Suggestioni? Il concerto si chiude tra bis e molti applausi. L’ironia, il buon umore, lo scherzo e la buona musica però lasciano il segno ben oltre. Non saprei dire cosa accadde quella notte, fuori nel balcone c’era una bottiglia di Teroldego rosso, nel dormiveglia intravedo un’ombra, un lampo di luce mi dà tempo di elaborare un veloce disegno, si vede una “bestia” a tre zampe ed un becco che si trasforma per succhiare dal collo della bottiglia il nettare, poi il sonno ed il sogno mi catturano. Il mattino dopo la bottiglia è vuota. Magia? Chi sarà stato? Grazie ai musicisti ed alla loro bella terra per averci divertito e fatto sognare.

Carlo Testana

di Carlo Testana

di Carlo Testana

di Carlo Testana

di Carlo Testana

Un ringraziamento sincero a Carlo Testana per il garbo delle sue parole e l’eleganza dei suoi disegni. Sono quelle piccole grandi soddisfazioni che ti fanno amare il lavoro che fai e sopportare la fatica dell’impegno. Complimenti a lui anche perché non è da tutti scorgere un fojonco: è necessario essere visionari, ostinati, e soprattutto credere nella possibilità di un mondo migliore.

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Funerali (residuo di memoria n.2)

Carmelo una volta mi mostrò una foto ingiallita che ritraeva alcuni violinisti mentre suonavano a un funerale. Avevano il cappello in testa e camminavano lungo una strada tra le pozzanghere. Mi disse che erano ex braccianti socialisti di Santa Vittoria, e che grazie alla musica si erano guadagnati un avvenire migliore. Avevano suonato e lottato a tempo di valzer, e per quasi cent’anni il loro paese era stato il centro culturale più importante di un intero mondo contadino. Mi sembrava davvero una bella storia

“Ma la cosa veramente strana la sai qual è? È che ai funerali e alle feste da ballo i braccianti suonavano più o meno gli stessi pezzi. Questo significa che consideravano la vita e la morte non solo sullo stesso piano estetico ma anche ontologico. La generazione dalla carne, consumata in mezzo all’erba di un campo, e la corruzione della carne nel cuore della tenebra. L’essere e il nulla. I braccianti questo lo avevano intuito da sempre, come i filosofi greci; anzi, prima dei filosofi greci.”

Eravamo seduti a un bar del centro, davanti a una birra, e io non sapevo più cosa dire. Mentre continuava a parlare, ricordai improvvisamente che qualche anno prima, durante un pomeriggio d’estate, mi aveva chiamato una signora per andare a suonare a un funerale. Io abitavo ancora con i miei genitori nella casa vecchia, a Poviglio, in un condominio di soli sei piani da tutti in paese conosciuto come il grattacielo.

– Dove sarebbe questo funerale signora?

– A Luzzara, è morta mia madre che aveva più di novant’anni.

– Condoglianze.

– Lei amava molto i violini, potrebbe suonare in chiesa?

– Sì signora.

– È potrebbe suonare anche durante il corteo?

– Ah, credo di no, signora, non si può nemmeno suonare e camminare nello stesso tempo.

– Va bene lo stesso.

In realtà, l’idea di suonare per le strade mi aveva infastidito; io, che avevo studiato in conservatorio, a Parma, la trovavo una cosa davvero disdicevole. Eppure di fronte alla passione di Carmelo cominciavo ad avvertire il peso della colpa. Sebbene sino a quel momento non avessi mai sentito parlare dei violinisti braccianti, delle feste da ballo e delle musiche buone anche per i funerali, provai vergogna per la mia tracotanza. Assaporai l’amaro deisiderio di riavvolgere il filo del tempo per poter riparare a quell’errore. Va bene signora, adesso ho capito; lo faccio, suonare e camminare nello stesso tempo, lo faccio. Volevo tornare indietro, ma mi rimaneva soltanto il magone.

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Funerali (residuo di memoria n.1)

Mi raccontava mio nonno, ma tanto tempo fa, quando ero ancora un bambino, che a Santa Vittoria di Gualtieri tutti i giorni c’era un funerale. I braccianti, che lavoravano nelle risaie, mangiavano solo polenta, tanta polenta. “Mica come me, che facevo il contadino e che alla domenica una scodella di minestra e un pezzo di carne me li potevo sempre permettere”. Si ammalavano di pellagra, che è una malattia brutta, che ti consuma lentamente: ti si squama la pelle, ti caghi addosso che sembri un bambino e poi, alla fine, quando arrivi all’ultimo stadio senza più speranza, ti si spegne lo sguardo e diventi matto. C’è chi vede la madonna e c’è chi scappa nei campi, di notte, urlando; con il diavolo incollato alla schiena.

Allora mi chiedevo come mai i matti frequentassero indistintamente santi e diavoli, come se non ci fosse nessuna differenza. Poi una volta ho visto un vecchio, avrà avuto circa ottant’anni, che correva lungo una carraia nei campi. Quando l’hanno preso, perché aveva il bastone e non poteva andare troppo lontano, ha detto che lo cercavano i fascisti, e che era l’8 settembre e che lui si voleva nascondere in una soffitta, da un vicino di casa. “Sono passati sessant’anni!” gli ha urlato la moglie, ma lui non capiva. “Ti prego, torna a casa. È tardi”. Quell’uomo non aveva la pellagra, aveva un’altra malattia che si chiama alzheimer, e l’alimentazione non c’entra niente, ma mi ha fatto riflettere. Ho capito che ogni malattia ha i suoi diavoli e i suoi santi, e che la vita e la morte, l’estasi e la follia, sono le due facce della stessa medaglia.

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