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Un politico lo vedi dal coraggio/dall’altruismo e dalla fantasia

Forse potevamo farci qualche domanda in meno su Noemi e qualcuna di più sull’Ilva di Taranto? Pensare di eliminare Berlusconi per via giudiziaria credo sia stato il più grande errore di questa sinistra. Meglio sarebbe stato elaborare un progetto credibile di riforma della società e competere con lui su temi concreti, invece di gingillarsi a chiamarlo Caimano e coltivare l’ossessione di vederlo in galera.

È legittimo affermare che l’intervista di De Gregori al Corriere sia un concentrato di diverse superficialità, che in quanto tali rappresentano la realtà in maniera distorta. Per esempio: come si fa a mettere insieme problemi così diversi come la vita privata dell’allora premier e l’Ilva di Taranto? Si poteva fare finta di niente, chiudere un occhio, rendersi complici del degrado delle istituzioni a cui abbiamo assistito in questi anni? Non penso. Il problema è diverso, e si chiarisce retrospettivamente alla luce delle “larghe intese”: la classe politica di sinistra, per tutto questo tempo, ha considerato Berlusconi un interlocutore d’affari, col quale sotto banco condividere onori e oneri della gestione dello Stato. Un nemico di giorno e una preziosa controparte di notte. Altro che paura di un calcio di rigore, qui la partita non è nemmeno iniziata. Perché?

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“Razzisti sono gli altri!”

Che Calderoli, i politici leghisti, e la maggior parte dei simpatizzanti di quel partito, siano fobicamente razzisti è cosa ormai assodata da tempo, che meraviglia solo alcuni “incantati” dirigenti del PD, troppo preoccupati a trovare la formula di impossibili convergenze parallele e totalmente indifferenti alle questioni di merito politico ed etico.

Che una larga parte dell’opinione pubblica non si renda contro della gravità delle offese rivolte al ministro Kyenge, e faccia spallucce, derubricando l’accaduto a motto di spirito, svista, sgrammaticatura estemporanea, è il vero dato che lascia interdetti.

A loro dico, nessuno è incolpevole. Il razzismo non si incarna necessariamente nell’irrazionalità dei gesti e delle dichiarazioni, nella violenza delle parole e delle mani, ma anche nel silenzio e nel disimpegno. Come insegna Hannah Arendt, spesso il male è grigio, indifferente, obbediente. Banale come lo sguardo che non riconosce la contraddittorietà del mondo.

Codardo è quindi l’uomo che non denuncia, e becero colui che tenta di giustificare l’ingiustificabile. Cambiare si può, ma non senza una profonda, sincera, rivoluzione interiore. Ad ognuno la sua scelta…

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Cortigiani, vil razza dannata

E allora non hanno capito nulla! Il Paese chiede uno scatto di moralismo degno di Montaigne e i maggiorenti del PD rispondono con Guicciardini. Tramestano tra il Nazareno e Palazzo Grazioli alla ricerca di un accordo che da fuori sembra solo un patto cortigiano. Il prossimo Presidente della Repubblica dovrà possedere un alto profilo politico e nello stesso tempo essere interprete delle istanze di cambiamento. Un garante della Costituzione e non dell’impunità di qualcuno. Quindi: no alla Gabanelli, ma no anche a D’Alema e ad Amato! Come uscirne? Invocare lo Spirito Santo non è cosa. Speriamo solo che, tra oggi pomeriggio e domani, qualche illuminato riporti la ragione dove al momento pare esserci solo calcolo di corto respiro. Nell’attesa di un miracolo, mi consolo con Tito Gobbi…

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Milena Gabanelli? No grazie

Milena Gabanelli

Milena Gabanelli Presidente della Repubblica italiana? No grazie, per due ragioni almeno. Primo. Nessuno potrà mai negare le qualità professionali e il coraggio di questa stella del giornalismo di inchiesta; nemmeno che Milena Gabanelli abbia svolto e continui a svolgere per la nostra comunità un servizio imprescindibile; però, mi chiedo, non sarà questa scelta il segno dello spirito dei tempi televisivi? Un segnale di sudditanza culturale dell’italiano medio che vota in rete le quirinarie come se fossero un sondaggio di Sky o di Servizio Pubblico? Secondo. Un amico mi ricorda che conservazione e progresso sono concetti relativi. Da progressista convinto, conservo l’idea antica e saggia che la politica debba essere fatta da chi se ne intende. Parafrasando Platone, nessuno sceglierebbe come chirurgo un appassionato di medicina che legge la domenica qualche testo di anatomia; e nemmeno come pilota del Jumbo che lo porterà in vacanza un novellino con poche ore di volo sulle spalle, per di più trascorse su un Cessna monomotore a elica. E allora, come mai la politica, che è l’arte più importante perché ha come obiettivo la felicità e l’armonia di una comunità, deve essere lasciata ai dilettanti? Tutto questa cultura pop finirà col venirmi a nausea. È l’estrema propaggine del populismo, teniamolo presente. E io non voglio che una moda passeggera ci porti a confondere il cane che latra con il cane costellazione celeste.

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Più idee e meno fatti

Vorrei sviluppare due riflessioni collaterali a questa interessante intervista di Gad Lerner al Movimento Wu Ming.

La prima riguarda l’ostensione del corpo del capo, e la funzione che questa svolge in termini di comunicazione. Venendo meno lo spazio concreto del confronto politico, e il ruolo guida svolto dalle ideologie, la fisicità del leader diventa l’unico strumento con cui è possibile superare l’astrattezza e l’atomizzazione dei rapporti politici. Il corpo non solo dà visibilità in campagna elettorale, ma serve anche a coagulare intenzioni diverse e potenzialmente centrifughe. Esso riempie il pieno dell’assenza ideologica. La trasversalità del movimento è condensata negli strepiti di Grillo, nel suo arringare scalmanato e carismatico, nel suo sudore. Il corpo segue il ritmo della concupiscenza e dei borbottii intestinali. Non temperato dall’idea è solo capriccio, o peggio volontà di potenza; in altre parole: nichilismo.

La seconda osservazione invece è inerente al ruolo centrale svolto dalla televisione nella costruzione dell’antropologia italiana degli ultimi trent’anni. I vari Drive In, Striscia La Notizia – i reality show! – hanno plasmato lo spirito del popolo più di qualsiasi altra agenzia educativa. Una melassa indistinta di intrattenimento analfabeta si è fagocitata la possibilità stessa di un registro comunicativo differente. E allora gli elettori sono diventati spettatori, la partecipazione televoto, e il consenso audience.

Adesso, che la parabola di questa deriva populista sembra arrivata al suo culmine, servirebbero più idee e meno fatti. Ma la sensazione angosciante è che gli ingranaggi della storia abbiano cominciato a girare inesorabilmente, e che ogni sforzo di raddrizzare la barra del timone sia ormai del tutto inutile.

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